Venti progetti da cinquanta euro oppure cinque da duecento

eggs in wicker basket

Mille euro destinati a raccolte di progetti ambientali si possono dividere in venti quote da cinquanta o in cinque da duecento. La differenza sembra una questione di gusto e invece decide due cose molto concrete: quanto pesa sul totale la peggiore delle notizie possibili, e quante ore all’anno quel denaro chiederà a chi lo ha versato.

La prima delle due viene discussa spesso, la seconda quasi mai. Eppure è la seconda che fa abbandonare gli elenchi lunghi dopo il primo anno, quando le scadenze si accavallano, tre progetti su venti accumulano ritardi e nessuno ha più voglia di aprire la pagina della piattaforma il sabato mattina.

Il numero giusto di posizioni non si ricava dal capitale. Si ricava dall’intersezione tra tre vincoli: l’importo minimo delle raccolte, il peso che una perdita totale può avere senza compromettere il piano, e il tempo che si è disposti a dedicare al monitoraggio.

I tre vincoli in breve

  • Peso della singola posizione: con venti quote una perdita totale vale il cinque per cento, con cinque ne vale il venti.
  • Importo minimo: stabilisce il numero massimo di quote ricavabili da un capitale dato.
  • Tempo: la selezione e il monitoraggio crescono in proporzione alle righe, i ritardi anche di più.
  • Il limite del metodo: dividere per numero non riduce il rischio se le posizioni dipendono dalla stessa cosa.

Mille euro, due modi di dividerli

Con venti quote da cinquanta euro, un progetto che non restituisce nulla porta via il cinque per cento del capitale impegnato. Con cinque quote da duecento, lo stesso evento ne porta via il venti. Nel primo caso il piano incassa il colpo e prosegue, nel secondo cambia di segno l’intero risultato dell’anno.

Il prezzo di quella protezione è il lavoro. Venti raccolte significano venti documenti informativi da leggere, venti promotori su cui fare una verifica minima, venti calendari di rimborso da seguire e, statisticamente, un certo numero di posizioni che accumuleranno ritardi da gestire una per una.

Nessuna delle due configurazioni è migliore in assoluto. Sono due punti su una curva che scambia protezione con tempo, e la scelta dipende da quanto tempo si ha davvero, non da quanto si vorrebbe averne. Chi sceglie venti posizioni contando su un impegno che non riuscirà a mantenere ottiene il peggio delle due situazioni.

Che cosa può fare davvero la diversificazione nel crowdfunding

La diversificazione nel crowdfunding fa una cosa sola, e vale la pena essere precisi su quale: riduce l’impatto di un evento negativo che colpisce una singola posizione. Non riduce la probabilità che quell’evento accada, non aumenta il ritorno atteso e non protegge da un evento che colpisce molte posizioni insieme.

Questa distinzione ha una conseguenza operativa immediata. Se venti prestiti hanno tutti lo stesso profilo, la frazione media che ci si attende di perdere resta la stessa che si avrebbe con uno solo: quello che cambia è la variabilità del risultato attorno a quella media, che diventa molto più stretta. È un vantaggio reale, ed è tutto quello che si compra.

Il secondo limite è più insidioso. La riduzione della variabilità funziona a condizione che gli esiti delle posizioni siano tra loro indipendenti, e nel finanziamento partecipativo raramente lo sono del tutto. Progetti che condividono la tecnologia, l’area geografica, il quadro autorizzativo o il promotore possono fermarsi insieme per la stessa causa.

La perdita totale su una posizione non è un caso raro

Chi arriva da altri strumenti tende a considerare la perdita integrale un’ipotesi teorica. In un prestito a un’impresa non quotata, senza garanzie reali efficaci, non lo è affatto: è uno degli esiti previsti dal contratto, e la documentazione delle piattaforme autorizzate lo dichiara in modo esplicito nelle avvertenze che precedono l’adesione.

La parola inadempimento inoltre non equivale a zero. Alcune posizioni recuperano una parte del capitale dopo mesi o anni, altre nulla, e l’esito dipende da che cosa c’è dietro: una garanzia reale su un bene vendibile è una cosa, una dichiarazione generica di impegno è un’altra. Il tempo del recupero è comunque lungo e nel frattempo il denaro non produce nulla.

Il quadro europeo dedicato ai fornitori di servizi di finanziamento partecipativo prevede autorizzazione, vigilanza e informativa standardizzata prima dell’adesione, oltre a verifiche sulla capacità dell’investitore di sopportare una perdita. In Italia l’autorizzazione fa capo alla Consob. Sono presidi sulla trasparenza e sulla condotta, non sul buon esito del singolo progetto.

L’aritmetica di venti posizioni contro cinque

La tabella confronta tre configurazioni dello stesso capitale di mille euro. I numeri sono aritmetica pura: non contengono ipotesi sulla probabilità di perdita, che nessuno può stabilire in anticipo per un singolo progetto.

Grandezza 20 quote da 50 10 quote da 100 5 quote da 200
Peso di una posizione 5% 10% 20%
Effetto di una perdita totale -50 euro -100 euro -200 euro
Interessi lordi di un anno, ipotesi 7% 70 euro 70 euro 70 euro
Perdite totali coperte da quegli interessi 1,4 posizioni 0,7 posizioni 0,35 posizioni
Perdite totali per scendere del 20% 4 posizioni 2 posizioni 1 posizione

La riga decisiva è la quarta. Nella configurazione da venti quote, un anno di interessi lordi assorbe più di una perdita integrale; in quella da cinque, ne assorbe circa un terzo. È il modo più diretto per vedere che cosa si compra frammentando, senza bisogno di stimare probabilità che non si conoscono.

L’ipotesi del sette per cento serve soltanto a rendere il calcolo leggibile e non è una previsione né un valore di mercato: chiunque rifaccia la tabella con il tasso delle proprie operazioni ottiene la stessa struttura con numeri diversi.

L’importo minimo decide quanto si può frammentare

Veduta dall'alto di file regolari di pannelli fotovoltaici in un campo pianeggiante
Saiphani02 / CC BY-SA 4.0

Il primo vincolo è pratico e taglia fuori metà delle discussioni: le raccolte hanno un importo minimo di adesione, che varia sensibilmente da una piattaforma all’altra e da un progetto all’altro. Con un capitale piccolo e un minimo elevato, il numero massimo di posizioni è già deciso e non c’è metodo che lo aggiri.

C’è poi un vincolo di tempo che sorprende chi comincia. Le raccolte aperte in un dato momento sono poche, e quelle che superano una verifica minima sono meno ancora. Costruire venti posizioni non richiede una sera: richiede mesi, durante i quali il capitale resta in parte fermo in attesa di occasioni che soddisfino i propri criteri.

La scorciatoia che quasi tutti prendono a questo punto è abbassare i criteri per riempire le righe più in fretta. È il modo più efficace per trasformare la frammentazione in un problema: venti posizioni scelte male sono peggio di cinque scelte bene, perché la diversificazione riduce la variabilità e non compensa una selezione fatta con il cronometro in mano.

Dividere per numero non è dividere per rischio

Venti righe possono nascondere una sola scommessa. Succede quando le posizioni condividono un fattore che, se si muove, le colpisce tutte insieme. I fattori ricorrenti sono sempre gli stessi e vanno contati esplicitamente prima di considerarsi diversificati.

  • Il promotore: dieci società veicolo controllate dallo stesso gruppo sono un solo debitore sostanziale.
  • La tecnologia: un cambiamento nelle regole di incentivo o nel prezzo dei componenti agisce su tutti gli impianti dello stesso tipo.
  • L’area geografica: autorizzazioni, contenziosi locali ed eventi meteorologici hanno confini regionali.
  • L’acquirente dell’energia: se i ricavi di più progetti dipendono dallo stesso contratto di vendita, dipendono dalla solidità dello stesso soggetto.
  • La fase del progetto: dieci impianti tutti da costruire condividono il rischio di ritardo nei cantieri e nella connessione alla rete.

La verifica utile è una domanda sola: quale singolo evento potrebbe colpire più di un quarto delle mie posizioni? Se una risposta si trova in dieci secondi, la frammentazione è apparente. Il ragionamento è lo stesso che si applica a qualsiasi paniere costruito intorno a un tema, come mostra l’analisi sull’esposizione concentrata sul comparto delle rinnovabili.

Il rischio di piattaforma non si riduce aggiungendo righe

Tutte le posizioni aperte su uno stesso operatore condividono un fattore che nessuna suddivisione interna elimina: la continuità operativa di quell’operatore. Se smette di funzionare, il credito verso i promotori resta in piedi giuridicamente, ma la gestione pratica di incassi, solleciti e recuperi passa attraverso meccanismi che vanno verificati prima di aderire, non dopo.

Le regole europee richiedono ai fornitori autorizzati presidi organizzativi e piani di continuità per le funzioni critiche, oltre a modalità di custodia che tengono i fondi dei clienti separati dal patrimonio dell’operatore. Il perimetro e le modalità applicative sono descritti nella documentazione pubblicata dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati.

Sul piano pratico ne discende un criterio semplice: la ripartizione tra operatori è una dimensione della diversificazione diversa da quella tra progetti, e va decisa con un numero scritto. Aggiungere la decima posizione sulla stessa piattaforma non riduce quel fattore di un solo punto.

Il carico di gestione cresce più in fretta delle righe

Cassettiera metallica da archivio con cassetti etichettati e uno aperto a metà
Amiel Goco / BY 4.0

Ogni posizione porta con sé un lavoro fisso: leggere la documentazione prima di aderire, verificare chi è il promotore, registrare importo e scadenza, controllare che i rimborsi arrivino, conservare le comunicazioni. Fin qui il carico è proporzionale al numero di righe, e questo è prevedibile.

La parte che sfugge è quella dei ritardi. Una quota di posizioni, in qualsiasi elenco, accumula ritardi o richiede attenzione straordinaria, e ognuna di queste costa un tempo molto superiore a quello di una posizione regolare: comunicazioni da leggere, aggiornamenti da seguire, decisioni da prendere senza informazioni complete. Su venti posizioni bastano tre casi problematici per assorbire più ore di tutte le altre diciassette insieme.

C’è infine il lavoro di fine anno, che cresce con il numero di operatori più che con quello dei progetti: raccogliere le certificazioni, ricostruire gli incassi, verificare che gli importi tornino. Chi apre posizioni su quattro piattaforme diverse ha quattro sistemi di rendicontazione da riconciliare, ciascuno con formati e tempi propri.

Quante ore all’anno costa un elenco lungo

La tabella mette in numeri il carico, partendo da un’ipotesi dichiarata: un’ora per la lettura e la verifica di ogni singola raccolta prima di aderire. Chi impiega meno tempo, semplicemente, sta leggendo meno.

Attività 5 posizioni 20 posizioni 50 posizioni
Selezione e lettura documenti 5 ore 20 ore 50 ore
Monitoraggio dei rimborsi 3 ore 10 ore 25 ore
Gestione di ritardi e comunicazioni 1 ora 6 ore 18 ore
Adempimenti e riconciliazioni annuali 2 ore 4 ore 8 ore
Totale annuo 11 ore 40 ore 101 ore

Cento ore all’anno su un capitale modesto significano un impegno che vale la pena confrontare con il ritorno atteso in valore assoluto, non in percentuale. È un conto che quasi nessuno fa, e quando lo si fa il numero di posizioni tende a scendere da solo.

Il numero sostenibile si ricava dal tempo, non dal capitale

Il procedimento che funziona parte dalla fine. Si stabilisce quante ore all’anno si è disposti a dedicare, si divide per il carico medio di una posizione ricavato dalla tabella, e si ottiene il numero massimo di righe gestibili. Solo a quel punto si guarda il capitale e si verifica che l’importo minimo delle raccolte consenta quella suddivisione.

Se i due vincoli non sono compatibili, il capitale è troppo piccolo per il numero di posizioni desiderato, e le uscite sono due: accettare quote più grandi e un peso maggiore per ciascuna, oppure ridurre la quota complessiva destinata a questa categoria di operazioni. Non esiste una terza via che ottenga entrambe le cose.

La quota complessiva, in ogni caso, va decisa prima e scritta, in rapporto al patrimonio disponibile e alla capacità di sopportare una perdita, non in rapporto all’entusiasmo per un progetto. Le considerazioni sulla coerenza tra scelte finanziarie e obiettivi dichiarati sono affrontate nell’approfondimento sull’impiego di capitale orientato all’impatto.

Come si costruisce l’elenco nei primi dodici mesi

La costruzione graduale ha un vantaggio che nessuna pianificazione teorica offre: espone a diverse fasi di mercato e a diversi promotori invece di concentrare tutte le adesioni in una finestra di poche settimane. Un ritmo di una o due posizioni al mese porta a un elenco di venti in poco più di un anno, con il tempo per correggere i criteri lungo il percorso.

Tre limiti scritti in anticipo rendono il processo più solido di qualsiasi regola generale: un tetto per promotore, un tetto per piattaforma e un tetto per tecnologia. Quando una di queste soglie viene raggiunta, si aspetta invece di forzare, anche se la raccolta aperta in quel momento sembra buona.

Nulla di quanto scritto qui suggerisce di aderire a una raccolta o di preferirne una a un’altra, e nessun numero indicato è una previsione di risultato. Il capitale versato in operazioni di questo tipo può essere perso per intero, non è coperto dai sistemi di garanzia dei depositi e va dimensionato di conseguenza, con il supporto di un professionista abilitato quando la situazione lo richiede. Il tema della coerenza tra criteri dichiarati e scelte effettive è ripreso nella riflessione sugli impieghi che rispettano criteri etici dichiarati.

Domande frequenti

Esiste un numero minimo di posizioni sotto il quale non ha senso cominciare?

Non un numero universale, ma un criterio sì: se una singola perdita integrale comprometterebbe il piano nel suo complesso, l’importo per posizione è troppo grande rispetto al capitale disponibile. Con tre o quattro posizioni il risultato dipende in misura decisiva dall’esito di ciascuna, il che è una scommessa e va chiamata così.

Meglio molte piattaforme o una sola con molti progetti?

Sono due fattori distinti che vanno ridotti entrambi, e distribuire su tre o quattro operatori riduce il peso del singolo. Il rovescio è che ogni operatore in più aggiunge un sistema di rendicontazione da seguire e adempimenti da riconciliare a fine anno. Il punto di equilibrio dipende dal tempo disponibile più che dal capitale.

Il reinvestimento automatico dei rimborsi aiuta a diversificare?

Aumenta il numero di righe e riduce il denaro fermo, ma sposta la selezione a un meccanismo che applica criteri generici. Chi lo usa dovrebbe verificare quali filtri è possibile impostare, se rispettano i tetti per promotore e per tecnologia, e con quale frequenza si può interromperlo. Senza quei controlli, il numero cresce e la diversificazione reale no.

Come si conta la concentrazione quando i debitori sono società veicolo?

Guardando chi le controlla e chi le gestisce, non la ragione sociale. Società costituite per singoli impianti hanno spesso lo stesso soggetto alle spalle, la stessa struttura contrattuale e gli stessi fornitori. Nel conteggio della concentrazione vanno trattate come un debitore unico, e la verifica si fa sui documenti societari, non sulla pagina di presentazione.

Quando conviene smettere di aggiungere posizioni?

Quando il monitoraggio comincia a slittare. Il segnale concreto è il ritardo con cui ci si accorge che un rimborso non è arrivato: se passa più di un mese, l’elenco ha superato la capacità di gestione. Da quel punto in poi ogni riga aggiunta riduce la qualità del controllo su tutte le altre.

Frammentare protegge da un evento singolo e costa tempo su tutti gli altri. Il numero corretto è quello che si riesce a seguire davvero, e per la maggior parte delle persone è più basso di quello che si erano prefissate leggendo la prima tabella.