Mille euro versati in una raccolta che dichiara un tasso annuo dell’otto per cento. Un mese dopo arriva il primo accredito: ottantatré euro e trentatré di capitale, sei euro e sessantasette di interessi, meno la ritenuta. Chi si aspettava di vedere ottanta euro di interessi maturare nell’arco dell’anno comincia a fare due conti e non gli tornano.
Non c’è nessun raggiro. Il tasso è quello dichiarato ed è applicato correttamente. Quello che non torna è l’aspettativa di chi ha letto il numero in copertina e lo ha moltiplicato per l’importo versato, senza accorgersi che quell’importo non resta impegnato per dodici mesi: comincia a rientrare dal trentesimo giorno.
Fra il tasso dichiarato e il denaro che si ritrova sul conto a fine anno ci sono cinque passaggi, e ciascuno toglie qualcosa. Vale la pena percorrerli tutti una volta, con numeri espliciti, per sapere che cosa aspettarsi prima di aderire invece di scoprirlo alla prima rata.
Dove si perde per strada
- La struttura del rimborso: il tasso si applica al capitale residuo, che scende ogni mese.
- Le commissioni: trattenute sugli incassi o sull’importo versato, secondo l’operatore.
- Il prelievo fiscale: si applica agli interessi, non al capitale restituito.
- I tempi morti: il denaro rientrato non produce nulla finché non trova una nuova collocazione.
Il primo accredito è più basso di quanto sembri ragionevole
La reazione è quasi sempre la stessa e nasce da un equivoco sulla parola rendimento. Il numero in copertina è un tasso annuo, cioè un prezzo del denaro riferito a un anno di impiego. Non è una percentuale del capitale che si riceverà comunque, e non è un importo garantito indipendentemente da quanto a lungo quel capitale resta al lavoro.
La differenza si vede al primo accredito. In un piano con rimborso mensile del capitale, la prima rata contiene già una quota di restituzione: da quel momento il capitale ancora impiegato non è più mille euro, sono novecentosedici. Il mese successivo saranno ottocentotrentatré, e così via fino a scendere sotto il centinaio nell’ultimo mese.
Questo è il funzionamento normale di un piano di ammortamento, non una particolarità del finanziamento partecipativo. Diventa un problema solo perché nelle pagine di raccolta il tasso viene presentato accanto all’importo minimo di adesione, e l’accostamento suggerisce una moltiplicazione che nessuno ha mai promesso.
Il tasso si applica al capitale residuo, che scende ogni mese
Il calcolo degli interessi in ogni periodo prende il tasso, lo divide per il numero di periodi dell’anno e lo applica al capitale ancora dovuto in quel momento. Con un tasso annuo dell’otto per cento e rate mensili, la percentuale applicata ogni mese è due terzi di punto, e la base su cui si applica cala di ottantatré euro alla volta.
Ne discende che gli interessi delle prime rate sono i più alti e quelli delle ultime quasi simbolici. Nell’esempio, la prima rata porta sei euro e sessantasette di interessi, la dodicesima poco più di cinquanta centesimi. La somma dell’anno non arriva a quarantatré euro e cinquanta, contro gli ottanta che si otterrebbero moltiplicando il tasso per il versamento iniziale.
Chiamare questa differenza una perdita sarebbe scorretto: l’otto per cento resta corretto rispetto al capitale effettivamente impiegato in ciascun momento. È l’aspettativa a essere costruita male, e la correzione consiste nel guardare un’altra grandezza, che nelle pagine di raccolta non compare mai.
Il capitale medio impiegato è la grandezza che manca

Il capitale medio impiegato è la media dei saldi ancora dovuti lungo tutta la durata dell’operazione. In un piano che restituisce il capitale in quote mensili uguali su dodici mesi, quella media è poco più della metà dell’importo versato: nell’esempio, cinquecentoquarantuno euro e sessantasette contro mille.
Da questa grandezza discende tutto il resto. Gli interessi dell’anno sono il tasso applicato al capitale medio, non al versamento iniziale, e il ritorno percentuale sul denaro effettivamente uscito dal conto è di conseguenza circa la metà del tasso dichiarato. Non perché il tasso sia gonfiato, ma perché metà del capitale è già tornata a casa lungo il percorso.
È la ragione per cui due operazioni con lo stesso tasso possono produrre risultati molto diversi a seconda della struttura di rimborso, e per cui la prima domanda da fare a una raccolta non riguarda il tasso ma il piano: capitale restituito a rate o in unica soluzione alla fine, e con quale periodicità.
Stesso tasso dichiarato, due strutture di rimborso
La tabella confronta le due strutture più diffuse a parità di importo, tasso e durata. I valori sono calcolati sull’esempio e servono a rendere visibile il meccanismo: chiunque rifaccia il conto con i propri numeri ottiene la stessa struttura.
| Grandezza sui dodici mesi | Rimborso graduale | Rimborso unico a scadenza |
|---|---|---|
| Capitale versato | 1.000,00 | 1.000,00 |
| Tasso annuo dichiarato | 8% | 8% |
| Capitale medio impiegato | 541,67 | 1.000,00 |
| Interessi lordi dell’anno | 43,33 | 80,00 |
| Prelievo ipotizzato al 26% | 11,27 | 20,80 |
| Interessi netti | 32,06 | 59,20 |
| Ritorno netto sul versato | 3,21% | 5,92% |
La distanza tra le due colonne finali non dipende da un tasso diverso né da un progetto migliore: dipende solo da quando il capitale rientra. Il rimborso graduale restituisce prima e riduce l’esposizione nel tempo, il rimborso unico tiene il denaro impegnato per intero fino alla fine e paga di conseguenza.
Ognuna delle due strutture ha una logica. Quella graduale riduce il tempo di esposizione al rischio del debitore; quella unica lo mantiene per l’intera durata. Confrontarle guardando soltanto il tasso significa ignorare esattamente la variabile che le distingue.
Come si calcola il rendimento effettivo su un piano di rimborso
Il rendimento effettivo si ricava in sei passaggi, e serve un foglio di calcolo con una riga per periodo. Non richiede formule finanziarie complicate: bastano una colonna di date e una di importi con il segno.
- Scrivi nella prima riga la data dell’adesione e l’importo versato con il segno negativo.
- Aggiungi una riga per ogni accredito previsto dal piano, con la data e l’importo totale della rata, capitale più interessi.
- Sottrai da ciascuna rata la ritenuta applicata sugli interessi, se l’operatore la trattiene alla fonte.
- Sottrai le commissioni che gravano su quell’incasso, se previste, e quelle una tantum applicate al momento dell’adesione.
- Sposta le date di accredito di qualche giorno in avanti se l’operatore dichiara tempi tecnici tra il pagamento del debitore e la disponibilità sul conto.
- Applica alla serie la funzione di tasso interno di rendimento presente in qualsiasi foglio di calcolo. Il risultato è il numero da confrontare con altre operazioni.
Il valore che si ottiene è quasi sempre inferiore al tasso dichiarato, ed è normale che lo sia. La sorpresa non deve essere la differenza in sé, ma la sua dimensione: quando supera i due o tre punti percentuali conviene capire quale dei passaggi la sta generando, perché in genere è uno solo.
Le commissioni che si applicano prima dell’accredito
Non tutti gli operatori trattengono commissioni a carico di chi presta, e chi lo fa lo dichiara nella documentazione precontrattuale. Le forme ricorrenti sono tre: una quota una tantum sull’importo versato, una percentuale sugli interessi incassati, una spesa fissa su alcune operazioni come la cessione della posizione ad altri utenti.
La prima ha un effetto più pesante di quanto sembri, perché si applica al capitale intero mentre gli interessi si applicano al capitale medio. Su un’operazione a rimborso graduale, una commissione di ingresso di un punto percentuale sul versato erode una quota consistente del ritorno lordo dell’anno, che nell’esempio non arriva a quarantatré euro.
Le condizioni economiche vanno lette nel documento informativo prima dell’adesione, e le regole europee impongono agli operatori autorizzati di renderle disponibili in forma standardizzata. In Italia l’autorizzazione e la vigilanza sui fornitori di questi servizi fanno capo alla Consob.
La ritenuta si applica agli interessi, non al rimborso
La distinzione è banale sul piano concettuale e viene sbagliata spesso nella pratica. La parte della rata che restituisce capitale non è un provento e non viene tassata: è denaro che torna indietro. La parte di interessi è un reddito e subisce il prelievo previsto per la categoria a cui appartiene.
Chi applica il prelievo, con quali modalità e con quali adempimenti a carico di chi incassa dipende da diversi elementi, tra cui il luogo di stabilimento dell’operatore. Non è un dettaglio marginale, perché nel caso di piattaforme estere l’onere della dichiarazione può restare a carico di chi ha percepito la somma, con effetti sui tempi e sulla liquidità. Le istruzioni ufficiali e la modulistica aggiornata si trovano presso l’Agenzia delle Entrate.
Nel calcolo del ritorno la posizione corretta è netto contro netto. Confrontare un rendimento al lordo del prelievo con uno già netto, magari perché il secondo è indicato in quel modo dall’operatore, produce una differenza apparente che non esiste. Sul rapporto tra trattamento fiscale e strumenti dedicati alla transizione energetica resta utile la panoramica sulle misure fiscali che riguardano gli impieghi sostenibili.
Il denaro fermo tra un incasso e il reimpiego

Il rimborso graduale restituisce ogni mese una somma che, per continuare a produrre, dovrebbe essere reimpiegata subito. Nella pratica non lo è quasi mai, per una ragione aritmetica: ottantatré euro non bastano ad aprire una nuova posizione se l’importo minimo di adesione è più alto.
Se il minimo è di duecento euro, servono tre mesi di rimborsi prima di poter tornare a impiegare quel denaro, e in quei tre mesi la somma resta ferma sul conto della piattaforma senza produrre nulla. Ripetuto lungo l’anno, questo intervallo riduce ulteriormente il ritorno effettivo rispetto a quello calcolato sulla singola operazione.
C’è poi un secondo intervallo, più breve ma sistematico: quello tra la data in cui il debitore paga e la data in cui la somma diventa disponibile. Alcuni operatori dichiarano tempi tecnici di qualche giorno lavorativo, e su un piano mensile la somma di questi ritardi vale settimane nell’arco dell’anno.
I mesi iniziali in cui non arriva niente
Molti progetti energetici prevedono un periodo iniziale in cui si pagano soltanto gli interessi, o in cui non si paga nulla, perché l’impianto non è ancora entrato in funzione. È una clausola dichiarata nella documentazione e ha una logica industriale precisa, ma cambia in modo sostanziale il profilo dei flussi.
Durante quel periodo il capitale resta impegnato per intero, il che aumenta il capitale medio impiegato e quindi gli interessi complessivi. Aumenta però anche la finestra in cui il denaro è esposto senza che sia ancora arrivata alcuna verifica sul funzionamento del progetto. Le due cose vanno guardate insieme, non separatamente.
Nel calcolo dei flussi il periodo iniziale si inserisce come una serie di righe a zero, oppure con i soli interessi, prima delle rate complete. È il punto in cui il tasso interno di rendimento si allontana di più dal tasso nominale, e chi salta questo passaggio ottiene un numero sistematicamente ottimistico. Meccanismi analoghi si ritrovano nei progetti a ciclo produttivo lungo descritti a proposito degli impieghi legati alla produzione agricola.
Un ritardo di tre mesi non è un inadempimento, ma pesa
Fra il pagamento puntuale e il mancato pagamento esiste una zona intermedia in cui accade la maggior parte delle cose: la rata arriva, ma con settimane o mesi di ritardo. Il capitale non è perso e in genere maturano interessi di mora, quindi la posizione non si deteriora sul piano contrattuale.
Il ritorno effettivo, però, cala. Il tasso interno di rendimento è sensibile alle date, non solo agli importi: spostare tre incassi di novanta giorni riduce il risultato anche se le somme arrivano tutte per intero. È il motivo per cui una serie di ritardi ripetuti su più posizioni produce, a fine anno, un risultato sensibilmente diverso da quello che l’elenco delle operazioni lascerebbe supporre.
Il modo corretto di tenerne conto è rifare il calcolo con le date reali di accredito invece di quelle previste, una volta all’anno su tutto l’elenco. La differenza tra il numero calcolato sul piano teorico e quello calcolato sui flussi effettivi è la misura più onesta di come sta andando davvero.
Che cosa scrivere accanto al numero prima di aderire
Prima di versare conviene annotare quattro informazioni accanto al tasso, perché sono quelle che decidono la distanza tra il numero in copertina e quello che resterà sul conto: struttura del rimborso, presenza e durata di un periodo iniziale senza rate, commissioni applicate e a carico di chi, modalità del prelievo fiscale.
Con queste quattro informazioni il calcolo dei flussi si costruisce in dieci minuti e produce un numero confrontabile tra operazioni diverse, che è l’unica cosa che serve. Senza, il confronto avviene tra tassi nominali che descrivono cose differenti, ed è un esercizio che non porta da nessuna parte.
Nulla di quanto scritto qui suggerisce di aderire o non aderire a una raccolta, né afferma che una struttura di rimborso sia preferibile a un’altra: descrive come si ricostruisce un numero. Il capitale versato in operazioni di questo tipo può essere perso per intero e non è coperto dai sistemi di garanzia dei depositi. Per un confronto con strumenti che seguono logiche di cedola diverse resta utile il quadro sulle obbligazioni destinate a progetti ambientali, e nei casi non ordinari conviene rivolgersi a un professionista abilitato prima di versare.
Domande frequenti
Il tasso dichiarato dalle piattaforme è quindi sbagliato?
No, è corretto: descrive il prezzo del denaro sul capitale ancora dovuto. Sbagliata è l’operazione mentale che lo moltiplica per l’importo versato assumendo che resti impegnato per tutta la durata. In un piano con rimborso graduale quell’assunzione non regge, e il ritorno sul denaro uscito dal conto risulta di conseguenza più basso.
Come si confrontano due operazioni con strutture di rimborso diverse?
Costruendo per entrambe la serie di flussi con le date e calcolando il tasso interno di rendimento al netto di commissioni e prelievo. È l’unico modo per mettere sulla stessa riga un piano a rate mensili e uno con rimborso unico a scadenza. Il confronto tra i due tassi nominali, da solo, non contiene l’informazione che serve.
Il reimpiego automatico dei rimborsi risolve il problema del denaro fermo?
Lo riduce, non lo elimina, e introduce una scelta diversa. Il capitale torna a lavorare più in fretta, ma la selezione del progetto viene delegata a criteri impostati in anticipo. Chi lo usa dovrebbe verificare quali filtri è possibile applicare e con quale preavviso lo si può sospendere, perché il numero di posizioni cresce in fretta.
Gli interessi di mora compensano il ritardo?
Solo in parte e non sempre. Vanno verificati tre elementi nella documentazione: se sono previsti, a quale tasso e a chi spettano, perché in alcune strutture una quota è trattenuta a copertura dei costi di gestione del recupero. Anche quando spettano per intero, restano subordinati al fatto che il debitore paghi, che è esattamente la circostanza in dubbio.
Un rendimento più alto compensa una struttura di rimborso sfavorevole?
È una domanda che si risolve con il calcolo, non con un principio. Si costruiscono i flussi delle due alternative e si confrontano i tassi interni di rendimento netti. Va però ricordato che un tasso più elevato riflette in genere un rischio percepito più elevato, e che i due elementi vanno valutati insieme e non compensati l’uno con l’altro.
Il conto vero sta in un foglio con due colonne, date e importi. Chi lo compila prima di versare smette di essere sorpreso dal primo accredito, e comincia a scegliere tra operazioni confrontabili invece che tra numeri che hanno solo la stessa unità di misura.
