Energia che sarebbe andata persa oppure energia sottratta alla rete

File di server informatici allineati dentro un capannone industriale con luci accese

Un progetto di mining annuncia di usare energia che andrebbe sprecata comunque: gas bruciato in torcia da un pozzo petrolifero isolato, oppure elettricità eolica prodotta in eccesso in una notte di vento forte e altrimenti scartata. La dichiarazione suona rassicurante, e circola spesso senza che nessuno chieda i dati che la sosterrebbero.

Il problema non è che l’idea sia impossibile: esistono casi reali in cui il mining si inserisce in un flusso di energia che non avrebbe altro uso immediato. Il problema è che la stessa frase viene usata anche per operazioni che, verificate, risultano collegate alla rete elettrica ordinaria come qualunque altro consumatore industriale.

Distinguere i due casi richiede pochi dati e la volontà di chiederli. Quello che segue mette in fila i due scenari, i segnali che li distinguono e le domande che un progetto dovrebbe saper rispondere prima che la sua dichiarazione ambientale venga presa per buona.

Il quadro in breve

  • I due scenari: energia altrimenti sprecata contro energia sottratta alla rete.
  • Il segnale chiave: se l’impianto ha una connessione alla rete e la usa, non sta recuperando energia in eccesso.
  • I dati da chiedere: localizzazione, contratto di fornitura, mix elettrico locale, dati orari.
  • Da evitare: accettare l’etichetta verde di un progetto senza vedere un solo dato verificabile.

Un comunicato che promette energia altrimenti sprecata

La formula ricorrente è sempre simile: l’operazione di mining si colloca vicino a una fonte di energia che, in sua assenza, andrebbe dispersa o non utilizzata. È un’affermazione tecnica precisa, che si può verificare, e che viene invece spesso presentata come una conclusione già dimostrata.

La differenza tra un’affermazione verificabile e una dimostrata sta nei dati. Un comunicato che descrive il principio generale, senza indicare l’impianto specifico, la quantità di energia coinvolta e il periodo di riferimento, non permette a chi legge di controllare nulla.

Questo non significa che la dichiarazione sia falsa. Significa che, senza i dati, resta un’ipotesi plausibile e non un fatto verificato, ed è una differenza che conta quando la dichiarazione viene usata come argomento ambientale a favore di un progetto.

Cosa significa energia che sarebbe andata persa comunque

Un’energia va considerata sprecata comunque solo quando esiste una prova che, in assenza dell’operazione di mining, sarebbe stata effettivamente dissipata e non convogliata altrove con un investimento ragionevole. Sono due condizioni che vanno entrambe verificate.

La prima condizione riguarda la fisica dell’impianto: esistono situazioni in cui l’energia prodotta non può essere trasportata altrove per limiti della rete di trasmissione o per l’assenza di un mercato immediato. La seconda riguarda l’alternativa economica: se esiste un modo più semplice di valorizzare quell’energia, come venderla alla rete a un prezzo positivo, l’operazione di mining non sta recuperando uno scarto, sta semplicemente comprando energia a buon mercato.

La distinzione è netta sulla carta e sfumata nella pratica, perché la convenienza economica di un’alternativa cambia nel tempo e da luogo a luogo. È per questo che la verifica va fatta caso per caso, non sulla base della categoria generale a cui il progetto dichiara di appartenere.

Il flaring del gas e il mining come alternativa dichiarata

Torcia di combustione del gas accesa su un impianto industriale all'aperto
Saud / BY-SA 4.0

Nei siti di estrazione petrolifera, il gas naturale associato al petrolio viene talvolta bruciato in torcia quando non esiste un’infrastruttura per raccoglierlo e trasportarlo altrove. È una pratica nota, regolata in modo diverso a seconda della giurisdizione, e in alcuni casi limitata o vietata.

L’uso di quel gas per alimentare generatori collegati a unità di mining, al posto della combustione in torcia, riduce le emissioni rispetto al flaring puro, perché la combustione controllata in un motore è più completa di quella in torcia aperta. Non è però un’operazione a impatto ambientale nullo: resta una combustione di un combustibile fossile, con emissioni proprie.

Il punto da verificare in questi casi è se il gas utilizzato sarebbe stato davvero bruciato in torcia in assenza dell’operazione, oppure se l’operazione ha reso economicamente conveniente estrarre gas che altrimenti sarebbe rimasto nel sottosuolo. Sono due situazioni con implicazioni ambientali opposte, e la differenza si legge nei dati di produzione del pozzo, non nel comunicato del progetto.

Il curtailment delle rinnovabili e il mining come valvola di sfogo

Nelle reti con una quota elevata di eolico o fotovoltaico, capita che in certe ore la produzione superi la domanda e la capacità di trasporto disponibile. In quei momenti gli operatori di rete riducono la produzione degli impianti rinnovabili, una pratica nota come curtailment, perché non esiste altro modo di assorbire l’eccesso in tempo reale.

Un’operazione di mining collocata fisicamente vicino a un impianto soggetto a curtailment, e programmata per accendersi solo in quelle ore, può effettivamente utilizzare energia che altrimenti andrebbe scartata. È lo scenario più solido tra quelli citati nelle dichiarazioni ambientali, perché si può verificare con i dati di curtailment pubblicati dagli operatori di rete in molte giurisdizioni.

La verifica richiede di controllare che il carico del mining segua effettivamente le ore di curtailment, e non sia invece un consumo continuo che si sovrappone solo in parte a quei momenti. Un’operazione che gira ventiquattro ore su ventiquattro non sta sfruttando solo l’eccesso, sta consumando anche energia che avrebbe avuto un altro utilizzo.

Mining criptovalute energia rinnovabile: quando invece si sottrae alla rete

Il caso opposto, molto più comune nella pratica di quanto i comunicati lascino intendere, è un’operazione collegata alla rete elettrica ordinaria, che acquista energia come qualunque altro consumatore industriale e la cui presenza aumenta la domanda complessiva sulla rete locale.

In questo scenario, l’etichetta di mining con energia rinnovabile si basa spesso su un certificato di provenienza acquistato separatamente dal consumo fisico, uno strumento contabile che attesta l’origine dell’energia immessa altrove nella rete, non necessariamente quella consumata nel momento e nel luogo dell’operazione. È una pratica legittima dal punto di vista contrattuale, ma descrive un’origine contabile, non un flusso fisico di energia altrimenti sprecata.

Il segnale più diretto per riconoscere questo scenario è la presenza di un contratto di fornitura elettrica standard, senza vincoli orari legati alla produzione di un impianto specifico. Se l’operazione può funzionare in modo identico indipendentemente dall’ora del giorno o dalla stagione, difficilmente sta seguendo un flusso di energia in eccesso.

Il mix elettrico locale decide la risposta, non l’etichetta del progetto

Anche quando un’operazione acquista energia dalla rete ordinaria, il suo impatto dipende dal mix elettrico dell’area in cui si trova, cioè dalla combinazione di fonti che produce l’elettricità in quel momento. Un consumo aggiuntivo in un’area con generazione prevalentemente da fonti fossili ha un impatto diverso dallo stesso consumo in un’area con generazione prevalentemente idroelettrica o nucleare, la stessa logica che guida chi vuole diversificare un portafoglio con le energie rinnovabili.

Il mix elettrico non è costante nell’arco della giornata né dell’anno: varia con la disponibilità di sole e vento, con la domanda complessiva e con la disponibilità degli impianti programmabili. Un’operazione che consuma energia nelle ore di punta, quando la rete ricorre più spesso a impianti a gas o a carbone per coprire la domanda, ha un profilo diverso da una che consuma nelle ore di minor domanda.

Questo livello di dettaglio richiede dati orari sul mix elettrico dell’area, pubblicati in molte giurisdizioni dagli operatori di rete o da enti statistici nazionali. Sono dati pubblici, ma raramente vengono incrociati con i dati di consumo delle singole operazioni di mining, perché richiedono un lavoro di analisi che i comunicati aziendali non fanno per conto di chi legge.

I dati che un progetto dovrebbe pubblicare e quasi mai pubblica

Fila di turbine eoliche in un campo aperto sotto un cielo nuvoloso
Janusz Sobolewski / BY 2.0

Una dichiarazione verificabile su energia recuperata richiede almeno quattro elementi: la localizzazione geografica precisa dell’impianto di mining, il tipo di contratto di fornitura elettrica, i dati orari di consumo per un periodo rappresentativo, e la fonte dei dati sull’energia altrimenti sprecata, come le statistiche di curtailment o i registri di flaring del sito collegato.

La tabella riassume dove trovare, in linea di principio, ciascuno di questi elementi e cosa segnala la loro assenza.

Dato richiesto Dove dovrebbe comparire Se manca
Localizzazione dell’impianto Documentazione tecnica del progetto Impossibile verificare il mix elettrico locale
Tipo di contratto elettrico Informativa agli investitori o al pubblico Non si distingue energia dedicata da energia di rete
Dati orari di consumo Report di trasparenza, se pubblicati Non si verifica la coincidenza con i picchi di eccesso
Fonte dei dati sullo scarto energetico Statistiche dell’operatore di rete o del sito industriale La dichiarazione resta un’affermazione non supportata

L’assenza di uno solo di questi elementi non dimostra che la dichiarazione sia falsa, ma sposta l’onere della prova su chi la fa, non su chi la legge.

Come si verifica una dichiarazione di energia recuperata

Il primo passaggio è identificare l’impianto fisico citato, non la società che lo gestisce. Un nome di progetto può cambiare, un impianto con una localizzazione precisa no, ed è quel dato che permette di incrociare le informazioni con fonti indipendenti.

Il secondo passaggio è cercare i dati pubblici sull’impianto collegato, sia esso un pozzo con flaring o un parco eolico soggetto a curtailment. Molte giurisdizioni pubblicano statistiche periodiche su entrambi i fenomeni, ed è lì che si trova la prova indipendente dell’esistenza di uno scarto energetico reale in quel luogo e in quel periodo.

Il terzo passaggio è confrontare la dimensione dichiarata dell’operazione di mining con la dimensione dello scarto energetico misurato. Un’operazione che dichiara di assorbire un’energia molto superiore a quella effettivamente scartata nel sito collegato sta, con ogni probabilità, integrando anche energia di rete ordinaria nel proprio bilancio dichiarato.

Le differenze tra stagione, ora del giorno e localizzazione dell’impianto

Uno scarto energetico non è mai costante. Il curtailment eolico è più frequente nelle stagioni ventose e nelle ore notturne di bassa domanda; il flaring dipende dalla produzione del pozzo, che varia nel tempo con l’esaurimento del giacimento.

Un’operazione di mining che dichiara di funzionare stabilmente tutto l’anno, con un carico costante, difficilmente sta seguendo in modo esclusivo una fonte di energia così variabile. Un carico che segue davvero lo scarto energetico dovrebbe mostrare una variabilità simile a quella della fonte a cui dice di essere agganciato.

La localizzazione conta anche per un motivo pratico: uno scarto energetico ha valore solo dove viene prodotto, perché trasportarlo altrove comporta perdite e costi. Un’operazione di mining collocata lontano dal sito citato come fonte dello scarto non può utilizzarlo fisicamente, qualunque cosa dica la comunicazione del progetto.

Gli errori più comuni nel leggere queste dichiarazioni

Il primo errore, comune anche a chi valuta le promesse ambientali della blockchain in altri ambiti, è trattare l’esistenza teorica di uno scenario favorevole come prova che si applica al caso specifico. Il flaring e il curtailment esistono davvero, ma la loro esistenza generale non dimostra che un progetto particolare li stia effettivamente utilizzando.

Il secondo errore è confondere un certificato di origine dell’energia con un flusso fisico di energia altrimenti sprecata. Sono due concetti distinti, e solo il secondo sostiene l’affermazione di aver evitato uno spreco reale.

Il terzo errore è fermarsi al comunicato senza cercare i dati indipendenti sull’impianto collegato. Le statistiche di flaring e di curtailment sono spesso pubbliche, e il tempo necessario a controllarle è ampiamente ripagato dalla differenza tra una dichiarazione verificata e una semplicemente ripetuta.

Domande frequenti

Il mining con energia sprecata ha comunque un impatto ambientale?

Sì, se coinvolge la combustione di un combustibile fossile come il gas di un pozzo, l’impatto non è nullo, è ridotto rispetto all’alternativa del flaring puro. Non va confuso con un’operazione a impatto zero.

I certificati di energia rinnovabile non sono una prova sufficiente?

Attestano l’origine contabile dell’energia immessa in rete altrove, non necessariamente il flusso fisico consumato dall’impianto di mining nel momento del consumo. Sono uno strumento legittimo ma rispondono a una domanda diversa da quella sull’energia altrimenti sprecata.

Come si trovano i dati di curtailment di un’area specifica?

Molti operatori di rete e regolatori nazionali pubblicano report periodici sulla produzione rinnovabile non immessa in rete. La disponibilità e il livello di dettaglio variano da paese a paese, ed è un elemento da verificare prima di accettare una dichiarazione riferita a quell’area.

Un’operazione può usare sia energia di rete sia energia in eccesso?

Sì, ed è anzi la situazione più frequente: un carico che segue in parte lo scarto disponibile e integra il resto con energia di rete ordinaria. In questi casi la dichiarazione corretta dovrebbe indicare la quota, non presentare l’intera operazione come recupero di energia sprecata.

Perché queste dichiarazioni sono così difficili da verificare dall’esterno?

Perché richiedono di incrociare dati provenienti da fonti diverse, spesso non pubblicati insieme: localizzazione dell’impianto, contratti elettrici, statistiche di rete. Nessuno di questi dati da solo dimostra la dichiarazione, e la loro assenza combinata è il segnale più comune di un’affermazione non verificabile.

La differenza tra energia recuperata ed energia sottratta alla rete non si legge in un comunicato, si legge in quattro dati che un progetto serio può fornire e uno vago evita di menzionare. È quella verifica, non l’etichetta, a stabilire quanto vale l’argomento ambientale.