L’ordine degli anni conta più del rendimento medio

Fila di tessere del domino in legno disposte in piedi una dietro l'altra su un piano chiaro

Due persone escono dal lavoro lo stesso giorno con 400.000 euro ciascuna e la stessa intenzione: prelevare 20.000 euro all’anno. Nei dieci anni successivi i loro portafogli attraversano esattamente gli stessi dieci rendimenti annuali, con la stessa media. Cambia soltanto l’ordine in cui arrivano.

Dopo dieci anni, e dopo aver prelevato la stessa identica somma, una si ritrova con 266.426 euro e l’altra con 379.600. La differenza supera i 113.000 euro e non è stata prodotta da nessuna scelta diversa: né strumenti diversi, né spese diverse, né una gestione più abile. Solo l’ordine.

Questo è il motivo per cui un piano costruito su un rendimento medio atteso può funzionare o fallire senza che quel rendimento sia stato sbagliato. Quello che segue spiega il meccanismo con i conti in chiaro, indica quando il problema è davvero pericoloso e quali correzioni hanno un effetto misurabile, con i limiti di ciascuna.

Che cosa si trova qui dentro

  • Il meccanismo: prelevare da un capitale che è appena sceso rende permanente una perdita temporanea.
  • La finestra critica: i primi anni dopo l’uscita, quando il capitale è al massimo.
  • Le correzioni con effetto: cuscinetto di liquidità, prelievo ridotto per un periodo, uscita rinviata.
  • La precisazione: la serie di rendimenti usata qui è un esempio aritmetico, non una previsione.

Due portafogli, la stessa media, due esiti diversi

La serie di rendimenti dell’esempio è questa, e va detto subito che è costruita a tavolino per rendere visibile il meccanismo: meno venticinque, meno dodici, più sei, più sedici, più trenta, meno cinque, più dodici, più otto, più diciotto, più due. La media aritmetica è del cinque per cento all’anno. Nessuno di questi numeri descrive un mercato reale né anticipa nulla.

Il primo portafoglio li riceve in quest’ordine. Il secondo li riceve al contrario, dall’ultimo al primo. In entrambi i casi il prelievo di 20.000 euro avviene all’inizio dell’anno e il rendimento si applica a quanto resta: è una convenzione di calcolo, serve solo perché i numeri siano riproducibili.

Prima di guardare gli esiti conviene fissare un punto che sorprende sempre. Se nessuno dei due prelevasse nulla, entrambi arriverebbero al decimo anno con la stessa cifra esatta, 583.658 euro, perché una moltiplicazione non cambia risultato cambiando l’ordine dei fattori. È l’introduzione del prelievo, e solo quella, a rendere l’ordine decisivo.

Perché il rischio di sequenza dei rendimenti riguarda solo chi preleva

Il rischio di sequenza dei rendimenti è la possibilità che l’ordine cronologico dei risultati, a parità di media, produca esiti molto diversi sul patrimonio. Esiste solo quando ci sono movimenti di denaro in entrata o in uscita durante il periodo, ed è per questo che riguarda la fase in cui si vive del capitale e non quella in cui lo si accumula soltanto.

Il meccanismo si descrive in una riga. Quando si preleva da un portafoglio che ha appena perso valore, si vendono più quote per ottenere la stessa somma, e quelle quote non parteciperanno al recupero successivo. La perdita, che sul mercato era temporanea, diventa definitiva per la parte che è stata liquidata.

È l’esatto opposto di ciò che accade a chi versa. Chi acquista durante una fase debole compra più quote con la stessa cifra, e quelle quote partecipano interamente al recupero. Stessa serie di rendimenti, stesso mercato, effetto rovesciato: la differenza sta nella direzione del flusso di cassa, non nel portafoglio.

L’aritmetica di un prelievo su un capitale che scende

Il primo anno del portafoglio sfortunato mostra tutto. Si preleva all’inizio: 400.000 meno 20.000 fa 380.000. Poi arriva un anno con meno venticinque per cento, e restano 285.000 euro. Il prelievo del secondo anno, sempre di 20.000, incide ora sul 7 per cento del capitale invece che sul 5 per cento iniziale.

La quota prelevata cresce mentre il capitale scende, e cresce proprio negli anni in cui servirebbe l’effetto contrario. Al terzo anno il capitale è a 233.200 euro e i 20.000 euro pesano l’8,6 per cento. Il portafoglio si sta svuotando due volte: per la discesa del mercato e per un prelievo che, in percentuale, si è quasi raddoppiato senza che nessuno lo abbia deciso.

Quando arrivano gli anni buoni, e in questo esempio arrivano tutti, agiscono su una base molto più piccola. Il più trenta per cento del quinto anno lavora su 218.951 euro, mentre nell’ordine opposto lo stesso trenta per cento lavora su 415.189 euro. Lo stesso rendimento produce cifre incomparabili a seconda di quando arriva.

Dieci anni in due ordini opposti

Struttura metallica di montagne russe con salite e discese ripide contro un cielo limpido
LN9267 / BY-SA 4.0

La tabella riporta il capitale a fine anno nei due casi. La colonna del rendimento è la stessa serie letta nei due versi, e il prelievo è di 20.000 euro all’inizio di ogni anno in entrambe le colonne.

Anno Ordine sfavorevole Capitale a fine anno Ordine favorevole Capitale a fine anno
1 -25% 285.000 +2% 387.600
2 -12% 233.200 +18% 433.768
3 +6% 225.992 +8% 446.869
4 +16% 238.951 +12% 478.094
5 +30% 284.636 -5% 435.189
6 -5% 251.404 +30% 539.746
7 +12% 259.173 +16% 602.905
8 +8% 258.306 +6% 617.879
9 +18% 281.202 -12% 526.134
10 +2% 266.426 -25% 379.600

Conviene guardare anche la seconda colonna, perché gli anni pesanti li incassa comunque: il meno dodici e il meno venticinque arrivano al nono e al decimo anno, e in due esercizi il capitale scende di oltre 238.000 euro. Nonostante questo resta ampiamente sopra l’altro, perché quelle perdite colpiscono un capitale che nel frattempo aveva già assorbito otto anni di prelievi da una base cresciuta.

In accumulo lo stesso fenomeno lavora al contrario

Ripetiamo l’esercizio cambiando il segno del flusso. Si parte da zero, si versano 20.000 euro all’inizio di ogni anno per dieci anni, con le stesse due serie. Chi riceve prima gli anni negativi arriva a 317.233 euro; chi riceve prima gli anni positivi arriva a 204.058.

Il risultato è rovesciato rispetto al caso precedente, e per lo stesso motivo. Chi versa durante le fasi deboli accumula quote a prezzi bassi, che poi partecipano per intero alla risalita. La media dei rendimenti è identica, il capitale versato è identico, e la differenza finale supera i 113.000 euro anche qui, ma a favore di chi ha cominciato male.

Questo spiega un fraintendimento diffuso tra chi ha alle spalle una lunga fase di accumulo. L’esperienza maturata versando ogni mese insegna che le fasi negative sono occasioni, ed è vero finché si versa. Nel momento in cui il flusso si inverte, la stessa intuizione diventa esattamente sbagliata, e non c’è nulla nell’esperienza precedente che avverta del cambiamento.

La finestra che decide, e quanto dura

Il periodo pericoloso non è distribuito uniformemente. Coincide con gli anni in cui il capitale è al massimo e il prelievo comincia: una perdita rilevante in quella fase incide su un patrimonio grande e viene immediatamente aggravata dai prelievi, mentre la stessa perdita a dieci anni di distanza colpisce un capitale che ha già superato la parte più delicata del percorso.

Come ordine di grandezza, la finestra sensibile copre i primi anni dopo l’uscita, indicativamente da tre a cinque. Non è una soglia precisa e dipende dal tasso di prelievo: più il prelievo è alto rispetto al capitale, più la finestra si allunga, perché il portafoglio ha meno margine per assorbire un anno negativo senza intaccare la base.

La conseguenza operativa è che le protezioni servono in un periodo limitato e vanno preparate prima che cominci. Dopo, quando il problema si manifesta, gli strumenti disponibili si riducono a due: prelevare meno o tornare a lavorare. Entrambi funzionano, entrambi costano, e nessuno dei due si decide bene sotto pressione.

Il cuscinetto di liquidità, misurato in anni di prelievo

Salvagente anulare bianco e rosso appeso a una ringhiera metallica sopra l'acqua

L’idea è tenere fuori dal portafoglio una somma pari a un certo numero di anni di prelievo, da usare quando il mercato è in perdita, così da non vendere in discesa. Nell’esempio: 360.000 euro investiti e 40.000 tenuti liquidi, con i prelievi dei primi due anni prelevati dalla liquidità. Il capitale al decimo anno passa da 266.426 a 276.153 euro.

Il miglioramento c’è ed è di circa 9.700 euro, ma è molto più contenuto di quanto la fiducia riposta in questo strumento suggerirebbe. La ragione è che la parte tenuta liquida non partecipa neppure al recupero, e in una serie che dopo la caduta risale parecchio quel mancato guadagno compensa buona parte del beneficio.

Il cuscinetto quindi non è una soluzione al problema, è un modo per non dover vendere in un momento sfavorevole e per rendere la situazione gestibile senza decisioni affrettate. Va dimensionato in anni di prelievo, non in percentuale del patrimonio, e tenuto in strumenti che non oscillano: la funzione è la disponibilità, non il rendimento. Il ruolo che gli strumenti a reddito fisso possono avere in questa parte del piano è discusso nella panoramica sulle obbligazioni a destinazione ambientale.

Quanto vale rinunciare all’adeguamento del prelievo

La leva più efficace, nell’esempio, è anche la più sgradevole: prelevare meno nei primi anni. Riducendo il prelievo del dieci per cento per i primi tre anni, cioè 18.000 euro invece di 20.000, il capitale al decimo anno sale da 266.426 a 277.657 euro. Sono 6.000 euro non prelevati che al decimo anno ne valgono oltre 11.000.

Con una riduzione del venti per cento per lo stesso periodo, 16.000 euro all’anno, il capitale arriva a 288.888 euro: 12.000 euro non prelevati ne producono più di 22.000. Il rapporto è quasi due a uno in entrambi i casi, ed è la misura di quanto pesa un euro non prelevato nella finestra critica rispetto allo stesso euro prelevato dieci anni dopo.

La forma pratica di questa correzione è meno drastica di quanto il calcolo suggerisca. Non serve tagliare il tenore di vita: basta sospendere l’adeguamento del prelievo per un anno negativo, o rinviare una spesa importante già prevista. È una decisione che va scritta prima, con una condizione oggettiva, perché presa nel mezzo di una fase negativa tende a diventare una discussione.

La composizione che cambia forma intorno all’uscita

Un approccio discusso da tempo consiste nel ridurre la quota di strumenti più variabili negli anni immediatamente precedenti e successivi all’uscita, per poi riportarla gradualmente verso i livelli precedenti una volta superata la finestra critica. La logica è coerente con quanto mostrano i conti: si abbassa l’ampiezza delle oscillazioni proprio quando incidono di più.

Il costo è altrettanto evidente e va contato. Una composizione più prudente riduce anche il rendimento atteso nel lungo periodo, e su un orizzonte che per chi esce presto può superare i trent’anni quella rinuncia non è marginale. Non esiste una versione di questa scelta che sia gratuita, e chi la presenta come tale sta omettendo metà del calcolo.

Va detto in modo esplicito: questo articolo non indica quali strumenti utilizzare, quale composizione adottare né quale rendimento attendersi. Descrive un meccanismo aritmetico e le sue implicazioni. La scelta della composizione dipende da patrimonio, orizzonte, altre entrate e tolleranza personale alle oscillazioni, e va costruita con un professionista abilitato. Materiali di educazione finanziaria di fonte pubblica, come quelli della Banca d’Italia, aiutano a inquadrare i termini della discussione, così come le considerazioni sull’orizzonte lungo applicato al risparmio.

Rimandare di dodici mesi non è una sconfitta

La correzione più efficace è anche la meno considerata, perché agisce prima che il problema si presenti. Rinviare l’uscita di un anno produce tre effetti che si sommano: un anno di prelievo in meno, un anno di accumulo in più, e un anno in meno da coprire con lo stesso capitale.

Nel contesto italiano c’è un quarto effetto che riguarda la parte pubblica del percorso. Continuare a versare contributi per un altro anno modifica l’importo della prestazione futura e accorcia il tratto da coprire integralmente con il patrimonio personale. Le proprie posizioni contributive si verificano direttamente presso l’Inps, ed è un controllo che conviene fare prima di fissare una data, non dopo.

C’è anche una versione parziale di questa scelta, che consiste nel mantenere un’attività ridotta nei primi anni invece di interrompere del tutto. Sul piano aritmetico agisce come il taglio del prelievo, ma nel punto esatto in cui serve, ed è per questo che compare con frequenza nei percorsi di chi esce presto, come descritto nelle analisi sugli orizzonti pluriennali.

Che cosa non riduce l’esposizione, anche se sembra

Guardare la media storica di lungo periodo non protegge da nulla, ed è il punto centrale di tutto l’esempio: la media è precisamente la grandezza che resta identica nei due casi. Un piano costruito su un rendimento medio atteso non contiene alcuna informazione sull’ordine, che è la variabile che decide l’esito.

Aumentare la quota di strumenti più variabili per compensare un inizio difficile peggiora la situazione, perché amplia proprio le oscillazioni nella finestra in cui pesano di più. Allo stesso modo, aumentare il prelievo dopo un anno positivo per recuperare quanto rinunciato in precedenza annulla il beneficio della riduzione, che funziona solo se il denaro resta investito.

Infine, la diversificazione tra molti strumenti simili non affronta il problema. Distribuire il patrimonio su otto prodotti che si muovono insieme riduce il rischio legato al singolo emittente, non l’esposizione all’andamento generale nella fase critica. La distinzione tra i due tipi di rischio è nota ma tende a sfumare quando si guarda un elenco lungo di posizioni, come ricordano le indicazioni sulla costruzione di un portafoglio.

Domande frequenti

Quanto è probabile trovarsi nel caso sfavorevole?

Non esiste una risposta numerica onesta, perché dipende da un andamento futuro che nessuno conosce. Quello che si può dire è che le due sequenze dell’esempio sono ugualmente plausibili, e che un piano robusto è un piano che regge in entrambe. Se un progetto funziona solo nell’ipotesi che i primi anni vadano bene, il problema non è la probabilità, è la struttura del piano.

Il problema riguarda anche chi ha una pensione pubblica in corso?

In misura molto minore, e per un motivo aritmetico. Se una parte delle uscite è coperta da un’entrata regolare, il prelievo dal capitale è più piccolo rispetto al patrimonio, e un prelievo piccolo lascia al portafoglio il margine per attraversare un anno negativo senza intaccare la base. La stessa logica vale per qualsiasi entrata stabile, da locazione o da attività residua.

Conviene tenere il cuscinetto per più di due anni di prelievo?

Allungarlo riduce ulteriormente la necessità di vendere in perdita, ma sottrae una quota crescente del patrimonio a qualsiasi rendimento, e il costo cresce più in fretta del beneficio. Nell’esempio, due anni di prelievo tenuti liquidi hanno migliorato l’esito di circa 9.700 euro su dieci anni: è un ordine di grandezza utile per capire che si tratta di uno strumento di gestione, non di una copertura.

Come si riconosce, mentre accade, che si è nel caso sfavorevole?

Dal rapporto tra prelievo annuale e capitale residuo, non dall’andamento dei mercati. Se quella percentuale è salita in modo sensibile rispetto a quella di partenza, il portafoglio sta finanziando lo stesso tenore di vita con una quota crescente di sé, ed è il momento in cui le correzioni hanno ancora effetto. È un controllo di due minuti, da fare una volta all’anno alla stessa data.

Un piano che regge solo se i primi anni sono benevoli non è un piano, è una scommessa con un calendario. La domanda da porsi prima di fissare una data non riguarda il rendimento medio che ci si aspetta, ma che cosa si è disposti a fare se i primi due anni somigliano alla prima colonna della tabella.