Due operatori pubblicano le proprie statistiche nella stessa settimana. Il primo dichiara un tasso di default molto basso, il secondo un valore sensibilmente più alto. Chi legge conclude che il primo seleziona meglio i progetti.
La conclusione non regge, perché i due numeri non misurano la stessa cosa. Il primo può essere calcolato sull’importo complessivamente erogato dall’avvio dell’attività, il secondo sul numero di posizioni ancora in essere. Il primo può considerare in default solo i crediti su cui è stata avviata un’azione legale, il secondo tutti quelli con un ritardo superiore a una certa soglia.
Cambiare una sola di queste convenzioni sposta la percentuale in modo rilevante, senza che nulla cambi nella qualità dei prestiti. Quello che segue smonta le componenti di questi indicatori e ricostruisce le sei righe che rendono due operatori davvero confrontabili.
Il quadro in breve
- Il problema: due percentuali costruite con definizioni diverse non si confrontano.
- Le tre variabili: denominatore, soglia di ingresso nello stato di default, periodo considerato.
- Il numero che chiude il conto: la perdita netta dopo i recuperi.
- L’omissione più frequente: i crediti in ritardo, che non compaiono in nessuna delle due voci.
Due piattaforme, due percentuali, nessun confronto possibile
Un tasso di insolvenza è un rapporto, e come ogni rapporto dipende da tre scelte: che cosa si mette al numeratore, che cosa al denominatore e su quale periodo si misura.
Nessuna di queste scelte è oggettiva. Esistono definizioni prudenziali usate in ambito bancario, ma un operatore di finanziamento partecipativo non è tenuto ad adottarle nelle proprie comunicazioni commerciali, e in effetti le convenzioni adottate variano.
La conseguenza è che il confronto tra due percentuali pubblicate è privo di significato finché non si conoscono le tre scelte di ciascuna. Ricostruirle è possibile, richiede la lettura delle note metodologiche quando esistono e qualche domanda scritta quando non esistono.
Come si legge il tasso di default di una piattaforma
Per leggere il tasso di default di una piattaforma servono quattro informazioni, e la prima cosa da fare è verificare quante di esse sono dichiarate.
La prima è la definizione di default adottata: quale evento fa entrare un credito in quello stato e dopo quanti giorni di ritardo. La seconda è il denominatore: importo erogato, numero di posizioni, capitale residuo in essere. La terza è il periodo di riferimento: dall’inizio dell’attività, ultimi dodici mesi, per anno di erogazione. La quarta è il perimetro: tutte le operazioni intermediate o solo alcune categorie.
Quando le quattro informazioni sono dichiarate, il numero diventa interpretabile anche se non è confrontabile con quello di un altro operatore. Quando non lo sono, l’unica lettura corretta è che il dato non è utilizzabile, il che è già un’informazione sulla trasparenza dell’operatore.
Gli obblighi informativi degli operatori autorizzati e i registri dei soggetti abilitati sono consultabili presso la Consob, che rappresenta il punto di partenza per verificare con chi si sta trattando.
Il denominatore: importo erogato, posizioni o progetti
La scelta del denominatore è quella che produce le differenze più ampie, e agisce in modo prevedibile.
Un tasso calcolato sull’importo complessivamente erogato dall’inizio dell’attività tende a essere basso, perché il denominatore comprende tutte le operazioni già rimborsate regolarmente e continua a crescere. È la formulazione che restituisce il numero più favorevole ed è per questo la più diffusa nelle comunicazioni commerciali.
Un tasso calcolato sul capitale attualmente in essere è più severo, perché il denominatore comprende solo le posizioni ancora aperte, e tra queste la quota problematica pesa di più.
Un tasso calcolato sul numero di posizioni anziché sugli importi ignora la dimensione: dieci piccole operazioni in default e una grande hanno lo stesso peso nel conteggio, ma non nel portafoglio di chi ha prestato. La lettura utile richiede entrambe le forme, perché la divergenza tra le due segnala se i problemi si concentrano sulle operazioni maggiori.
Il numeratore: da quale giorno un credito è in default
Al numeratore la variabile è la soglia. Un operatore che considera in default i crediti con ritardo superiore a un numero elevato di giorni pubblica una percentuale inferiore a uno che adotta una soglia più bassa, a parità di situazione reale.
Esistono poi definizioni basate su eventi anziché su giorni: avvio di una procedura di recupero, escussione di una garanzia, apertura di una procedura concorsuale a carico del debitore. Sono criteri legittimi e più tardivi, perché quegli eventi arrivano dopo mesi di ritardo.
C’è infine il trattamento delle proroghe. Un credito la cui scadenza viene posticipata con il consenso delle parti può uscire dallo stato di ritardo pur non essendo stato rimborsato. Se le proroghe sono frequenti e non vengono dichiarate a parte, il tasso pubblicato descrive una situazione più favorevole di quella effettiva.
La domanda da porre è quindi doppia: quale soglia viene usata, e quante posizioni hanno beneficiato di una proroga nel periodo considerato.
Il ritardo che non entra in nessuna delle due voci

Tra il rimborso regolare e il default esiste una zona intermedia che le statistiche pubblicate ignorano quasi sempre: i crediti in ritardo che non hanno ancora superato la soglia.
È una zona rilevante per due motivi. Il primo è dimensionale: in molte situazioni le posizioni con ritardo contenuto sono più numerose di quelle in default, e una parte di esse ci finirà. Il secondo è informativo: l’andamento dei ritardi anticipa l’andamento dei default di alcuni mesi, ed è quindi l’indicatore più tempestivo disponibile.
Un operatore che pubblica la distribuzione delle posizioni per fasce di ritardo fornisce un’informazione di qualità molto superiore a chi pubblica una sola percentuale. La richiesta di questo dato è semplice da formulare e la risposta, o la sua assenza, è indicativa.
Il tasso di recupero e i tempi che porta con sé
Il default non è la fine della vicenda. Su un credito deteriorato viene avviata un’attività di recupero, che può portare al rientro totale, parziale o nullo, in tempi che si misurano in anni.
Le grandezze da chiedere sono tre. La percentuale di importo recuperato sui crediti entrati in default in un dato periodo. Il tempo medio intercorso tra l’ingresso in default e l’incasso. E la quota di posizioni ancora in gestione, cioè quelle per cui il recupero non si è concluso.
La terza grandezza è quella che rende leggibili le prime due. Un tasso di recupero elevato calcolato solo sulle pratiche chiuse può descrivere una selezione favorevole, se le pratiche più difficili sono ancora aperte e quindi escluse dal conteggio.
Va inoltre chiarito se il recupero è espresso al lordo o al netto delle spese sostenute per ottenerlo. La differenza tra le due formulazioni non è marginale, perché le spese legali e le procedure hanno un costo che in genere grava sul credito recuperato.
La perdita netta è l’unico numero che chiude il conto
La grandezza che interessa chi presta denaro non è il tasso di default: è la perdita netta, cioè la quota di capitale che non rientra dopo che tutte le attività di recupero si sono concluse.
Si ottiene combinando le componenti viste finora: importo entrato in default, importo recuperato, spese sostenute per il recupero, tempo impiegato. Il tempo entra nel conto perché il capitale immobilizzato per anni in una procedura non produce nulla nel frattempo.
La perdita netta ha però un difetto: si può calcolare solo su operazioni la cui vicenda si è conclusa, quindi riguarda un periodo passato e un insieme di operazioni che può non essere rappresentativo dell’attività attuale.
Nonostante questo limite resta l’indicatore da cercare, perché è l’unico che risponde alla domanda giusta. Un operatore che lo pubblica per anno di erogazione, con l’indicazione delle posizioni ancora aperte, sta fornendo la migliore informazione possibile in questo campo.
Le omissioni ricorrenti nelle statistiche pubblicate
- Il criterio di calcolo non dichiarato, con la sola percentuale esposta in evidenza.
- Le fasce di ritardo assenti, quindi nessuna informazione sulla zona intermedia.
- Le proroghe non contate a parte, che riducono i ritardi senza produrre rimborsi.
- Il recupero espresso al lordo delle spese e dei tempi necessari a ottenerlo.
- Le pratiche ancora aperte escluse dal calcolo del tasso di recupero.
- L’assenza della scomposizione per anno di erogazione, che nasconde le tendenze recenti.
- Il perimetro non dichiarato, con alcune categorie di operazioni escluse dal conteggio.
Nessuna di queste omissioni è di per sé prova di scorrettezza: pubblicare statistiche complete richiede lavoro e non è sempre oggetto di un obbligo specifico. Sono però tutte informazioni che un operatore possiede, e la disponibilità a fornirle su richiesta è un elemento di valutazione autonomo.
L’effetto della crescita sul denominatore
C’è un meccanismo aritmetico che merita attenzione perché produce numeri favorevoli in modo automatico e temporaneo.
Un credito impiega tempo a manifestarsi come problematico: passano mesi dall’erogazione al primo ritardo e altri mesi al default. Un operatore in rapida crescita ha quindi un denominatore che cresce oggi e un numeratore che riflette le erogazioni di anni precedenti, molto più piccole.
Il risultato è una percentuale bassa che non dipende dalla qualità della selezione ma dal ritmo di crescita. Quando la crescita rallenta, il rapporto si riallinea e la percentuale sale anche senza alcun peggioramento dei crediti.
L’unico modo per neutralizzare questo effetto è la scomposizione per anno di erogazione: si osserva, per ciascuna generazione di prestiti, quale quota è entrata in default a distanza di dodici, ventiquattro e trentasei mesi. È la forma di presentazione più informativa e la meno diffusa, e chiederla è sempre utile.
Le sei righe per confrontare due piattaforme

La tabella indica che cosa chiedere e perché, in una forma che si può inviare come elenco di domande. Le righe vanno compilate per entrambi gli operatori prima di qualunque confronto.
| Elemento | Domanda da porre | Perché cambia il risultato |
|---|---|---|
| Definizione di default | Dopo quanti giorni di ritardo, o a quale evento | Una soglia più alta riduce la percentuale |
| Denominatore | Erogato storico, capitale in essere o numero di posizioni | L’erogato storico produce il valore più basso |
| Periodo | Dall’inizio, ultimi dodici mesi o per anno di erogazione | La crescita recente abbassa il dato complessivo |
| Fasce di ritardo | Distribuzione delle posizioni per giorni di ritardo | Anticipa l’andamento dei default |
| Recupero | Percentuale, tempi, spese, pratiche ancora aperte | Determina la perdita effettiva |
| Perimetro | Quali categorie di operazioni sono incluse | Le esclusioni possono riguardare i comparti peggiori |
Compilare sei righe per due operatori richiede una manciata di messaggi e qualche giorno di attesa. È l’unico modo per trasformare due percentuali non comparabili in un confronto, e in molti casi la parte più istruttiva non sono le risposte ma quali domande restano senza risposta.
Dove trovare i dati quando non sono in evidenza
Le statistiche complete non stanno quasi mai nella pagina principale. I luoghi in cui cercarle sono quattro.
Il primo sono le sezioni dedicate alle statistiche o alla trasparenza, spesso raggiungibili solo dal piè di pagina. Il secondo sono le relazioni periodiche che alcuni operatori pubblicano con cadenza annuale. Il terzo sono i documenti informativi delle singole operazioni, che in alcuni casi riportano dati aggregati sull’attività dell’operatore. Il quarto è la richiesta diretta, per posta elettronica, conservando la risposta.
Va ricordato che l’assenza di dati storici in un operatore di recente costituzione non è un’omissione: non esistono ancora. È però un elemento da considerare, perché significa che non c’è alcuna base su cui formulare una valutazione, e questa condizione va trattata come tale e non come assenza di problemi. Le verifiche preliminari da fare su un operatore sono descritte in come si distinguono le dichiarazioni verificabili da quelle promozionali.
Che cosa resta fuori anche da una statistica onesta
Anche l’operatore più trasparente pubblica dati che descrivono il passato di un insieme di operazioni che non si ripeterà nella stessa forma.
Il primo limite è la rappresentatività. Le statistiche sono costruite su un numero di operazioni che, per quanto ampio rispetto al portafoglio di un singolo, resta piccolo in termini statistici e concentrato in un periodo con condizioni economiche specifiche.
Il secondo limite riguarda la composizione. Se l’operatore ha modificato nel tempo il tipo di progetti intermediati, i dati storici descrivono un’attività diversa da quella attuale, e la percentuale complessiva mescola cose non omogenee.
Il terzo limite è che nessuna statistica sull’operatore dice qualcosa sulla singola operazione a cui si sta guardando. Un buon dato aggregato non rende meno necessaria la lettura della documentazione del progetto specifico, e la valutazione va sempre fatta su quella.
Va precisato che questo articolo descrive un metodo di lettura di dati pubblicati e non contiene raccomandazioni su operatori o operazioni specifiche né previsioni di rendimento. Le operazioni di finanziamento partecipativo comportano il rischio di perdere in tutto o in parte il capitale versato e non sono assistite da sistemi di garanzia dei depositi. Il quadro europeo che disciplina questi servizi è descritto dall’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati.
Domande frequenti
Un tasso di default pari a zero è un buon segnale?
È quasi sempre il segnale che l’attività è recente o che la definizione adottata è molto tardiva. Su un numero significativo di operazioni e su un periodo di alcuni anni, una quota di crediti problematici è fisiologica in qualunque attività di prestito. L’assenza totale di default merita una domanda sul metodo di calcolo prima di essere interpretata come qualità della selezione.
Le statistiche pubblicate sono verificate da un soggetto terzo?
Dipende dall’operatore e dal tipo di dato. Alcune informazioni rientrano negli obblighi informativi previsti dalla disciplina applicabile, altre sono comunicazioni volontarie. Chiedere se i dati sono oggetto di verifica esterna, e da parte di chi, è una domanda legittima e la risposta fa parte della valutazione.
Perché il tasso pubblicato non coincide con quello che osservo sulle mie posizioni?
Perché il proprio portafoglio è un campione piccolo e non casuale: è composto dalle operazioni che si sono scelte, in un periodo limitato. Una divergenza in entrambe le direzioni è normale e non dimostra nulla, né sulle proprie capacità di selezione né sulla correttezza del dato pubblicato.
Che differenza c’è tra ritardo e default nella pratica?
Il ritardo indica che un pagamento previsto non è arrivato alla data stabilita, e in molti casi si risolve nelle settimane successive. Il default indica che il credito è stato classificato come problematico secondo il criterio adottato, e comporta l’avvio di attività di gestione. La zona intermedia tra i due è quella in cui si concentra l’incertezza, ed è la meno documentata.
Un tasso di recupero elevato compensa un tasso di default alto?
Solo in parte, e va guardato insieme ai tempi. Un recupero elevato ottenuto dopo anni immobilizza il capitale per tutto quel periodo, con un costo che non compare in nessuna delle due percentuali. La grandezza che tiene conto di entrambe è la perdita netta, letta insieme alla durata media delle procedure concluse.
Due percentuali affiancate non sono un confronto: sono due numeri costruiti con regole che nessuno ha dichiarato. Le sei righe della tabella richiedono qualche giorno di attesa e restituiscono qualcosa di verificabile, che è tutto ciò che si può chiedere a dati di questo tipo. Il modo in cui il comparto si è strutturato in Italia è ricostruito in come funziona il finanziamento partecipativo dei progetti ambientali.
