Quanti mesi di spese tenere liquidi, e dove parcheggiarli

Mazzetta di banconote in euro appoggiata su un piano chiaro accanto a un portafoglio

Tre mesi di spese, dicono quasi tutti. Sei, dicono gli altri. Nessuna delle due cifre nasce da un calcolo: sono numeri tondi che circolano perché è comodo ripeterli, e che possono essere abbondanti per una coppia con due stipendi pubblici e insufficienti per un lavoratore autonomo con un affitto.

Il numero corretto dipende da due cose sole: quanto sono stabili le entrate e quanto pesano le spese che non si possono comprimere. Tutto il resto, incluso il rendimento del posto in cui si tiene la somma, viene dopo e conta molto meno di quanto si creda.

Quello che segue serve a chiudere la questione in un pomeriggio: si calcola una cifra, si sceglie un contenitore, si scrive una regola su quando si può toccare. Chi rimanda perché non sa quale strumento usare finisce per non avere né lo strumento né il fondo.

Il percorso in breve

  • Base di calcolo: le spese incomprimibili di un mese, non il tenore di vita.
  • Intervallo tipico: da tre a dodici mesi, deciso da stabilità del reddito e spese fisse.
  • Requisito del contenitore: disponibile in pochi giorni e senza oscillazione di valore.
  • Da evitare: tenerlo sul conto usato tutti i giorni, dove smette di essere un fondo.

Non è un numero uguale per tutti

La regola dei tre mesi nasce da un profilo implicito: lavoratore dipendente a tempo indeterminato, con ammortizzatori sociali alle spalle e una rete familiare a portata. Applicata a chi ha reddito discontinuo, o a chi è l’unica entrata di una famiglia, quella stessa cifra copre un periodo troppo breve rispetto al tempo che serve a rimettersi in piedi.

C’è poi una seconda variabile che nessuna regola generale considera: la struttura dei costi. Due famiglie con la stessa spesa mensile complessiva possono avere una situazione molto diversa se in un caso i due terzi sono affitto e rate, e nell’altro sono spese variabili che si possono tagliare in una settimana.

La domanda giusta non è quindi quanti mesi tenere, ma quanti mesi di che cosa, e per quale scenario. Rispondere richiede due numeri che si trovano già nel bilancio degli ultimi dodici mesi, e mezz’ora di lavoro.

Che cosa conta come spesa da coprire

Il fondo non deve finanziare il tenore di vita abituale, deve tenere in piedi la casa mentre si risolve un problema. La base di calcolo è quindi la spesa incomprimibile: affitto o rata del mutuo, spese condominiali, utenze, alimentari di base, trasporti necessari, assicurazioni obbligatorie, farmaci e cure ricorrenti, rate di finanziamenti già in corso.

Restano fuori le voci che in un periodo difficile si sospendono davvero: ristoranti, viaggi, abbonamenti a servizi di intrattenimento, acquisti rimandabili, attività ricreative. Non è una privazione teorica: è quello che chiunque fa spontaneamente quando l’entrata si ferma.

La differenza tra i due totali è più ampia di quanto si immagini, e in genere si colloca tra un quarto e un terzo della spesa mensile complessiva. Chi calcola il fondo sulla spesa totale finisce con un obiettivo molto più alto, lo percepisce come irraggiungibile e non comincia. Il calcolo va fatto sulla riga giusta, che è quella che un bilancio domestico tenuto con continuità restituisce senza sforzo.

Quanto deve essere grande il fondo di emergenza

Il fondo di emergenza si dimensiona in due passaggi. Primo: si calcola la spesa incomprimibile mensile. Secondo: si moltiplica per un numero di mesi che dipende dal tempo necessario a ricostituire l’entrata nel proprio caso, non dal tempo medio di qualcun altro.

Per un dipendente con contratto stabile e un’altra entrata in famiglia, tre o quattro mesi coprono la maggior parte degli scenari, perché tra ammortizzatori sociali e secondo reddito la caduta non è verticale. Per un unico percettore di reddito in famiglia il numero sale, perché non c’è nulla che attutisca la caduta nel frattempo.

Per un lavoratore autonomo l’intervallo si sposta ancora più in alto, per tre motivi che si sommano: le entrate oscillano già in condizioni normali, i pagamenti dei clienti possono slittare, e restano da versare imposte e contributi calcolati su un reddito precedente. Quest’ultima voce va contata a parte, come accantonamento distinto, ed è la ragione per cui molte attività autonome vanno in tensione in un anno buono seguito da uno debole.

I quattro fattori che spostano il numero

Il primo è la stabilità dell’entrata, che non coincide con la sua dimensione. Un reddito medio ma regolare richiede una riserva più piccola di un reddito alto che arriva a intervalli irregolari, perché il problema da coprire non è quanto si guadagna ma per quanti mesi si può restare senza incassi.

Il secondo è la presenza di una seconda entrata in famiglia, che trasforma un’interruzione totale in una parziale. Il terzo è il peso delle spese fisse sul totale: sopra la metà il margine di compressione praticamente sparisce, e il fondo deve coprire quasi tutto quello che usciva prima.

Il quarto è la rete di protezione già esistente, e va contato con onestà. Rientrano gli ammortizzatori sociali cui si ha diritto, le coperture assicurative già attive e la possibilità concreta di un sostegno familiare. Sono elementi che riducono il numero di mesi da coprire, ma solo se sono verificabili: una possibilità teorica non abbassa il fabbisogno di un euro.

Una griglia per situazioni tipiche

La tabella non contiene raccomandazioni: mette in fila i profili più frequenti e il ragionamento che porta a un intervallo invece che a un altro. Il numero finale resta da calibrare sul proprio caso.

Situazione Intervallo di riferimento Ragione principale
Due redditi da lavoro dipendente stabile Tre o quattro mesi La caduta di un’entrata è parziale
Reddito unico da lavoro dipendente Da quattro a sei mesi Nessuna entrata compensa nel frattempo
Lavoro autonomo o a progetto Da sei a dodici mesi Entrate irregolari e imposte differite
Spese fisse oltre la metà del totale Estremo alto dell’intervallo Poco margine di compressione
Casa di proprietà senza mutuo Estremo basso dell’intervallo La voce più pesante non c’è
Persone a carico o cure ricorrenti Un margine aggiuntivo Spese che non si possono sospendere

Le ultime tre righe non sono profili alternativi ai primi tre: sono correzioni che si applicano sopra. Chi è lavoratore autonomo, ha spese fisse elevate e persone a carico si colloca all’estremo alto di un intervallo già alto, e questo è un dato che vale la pena guardare in faccia.

Che cosa deve fare il contenitore, prima di scegliere lo strumento

Facciata in pietra di una sede bancaria con grandi finestre e porta d'ingresso centrale

I requisiti sono tre e vanno soddisfatti tutti e tre insieme. Il denaro deve essere disponibile in pochi giorni, perché un’emergenza ha tempi propri. Non deve poter valere meno di quanto è stato versato nel momento in cui serve. E non deve essere raggiungibile con la carta usata per la spesa quotidiana.

Il terzo requisito sembra il meno tecnico ed è il più decisivo. Un fondo tenuto sul conto principale non è un fondo: è un saldo, e il saldo è l’unica informazione che si usa quando si decide se una spesa è sostenibile. Separarlo su un rapporto distinto, senza carta collegata, costa una pratica e cambia il comportamento più di qualsiasi proposito.

Il rendimento non compare tra i requisiti, e non per distrazione. Su somme di questa dimensione e con un orizzonte indefinito, la differenza tra un contenitore e l’altro è molto più piccola del danno prodotto dal doverlo vendere in un momento sfavorevole. Quanto segue descrive come funzionano gli strumenti, non quale scegliere: quella decisione dipende dalla situazione di ciascuno e va valutata a parte, se necessario con un professionista abilitato.

Conto corrente, conto deposito, strumenti a breve

Il conto corrente ha il vantaggio dell’immediatezza e lo svantaggio della visibilità. I depositi presso una banca sono protetti da un sistema di garanzia fino a centomila euro per depositante e per banca, ed è un dato da conoscere quando si supera quella soglia su un unico istituto. Sui conti correnti delle persone fisiche si applica un’imposta di bollo fissa annua, dovuta solo quando la giacenza media supera cinquemila euro.

Il conto deposito aggiunge un rendimento e, nella versione svincolabile, mantiene la disponibilità in pochi giorni. La versione vincolata la perde: si ottiene un tasso più alto in cambio di una penalizzazione o di un blocco fino alla scadenza, e questo la rende inadatta alla parte del fondo che deve restare pronta. Gli interessi sono assoggettati all’aliquota ordinaria sui redditi finanziari, che va sottratta dal tasso pubblicizzato per ottenere il numero vero.

Gli strumenti a breve scadenza, come i titoli di Stato con vita residua molto corta, hanno un trattamento fiscale più favorevole e un’oscillazione di prezzo contenuta ma non nulla. Vanno detenuti in un deposito titoli, che comporta un’imposta di bollo proporzionale al valore ed eventuali costi di negoziazione e custodia. Sono una scelta sensata per la parte del fondo che eccede quanto serve nell’immediato, non per la prima linea.

I costi che erodono la liquidità ferma

Tre voci lavorano contro un fondo che resta fermo, e vale la pena conoscerle per non farsi sorprendere. La prima è l’imposta di bollo, nelle sue due forme: fissa sui conti correnti sopra la soglia, proporzionale sui prodotti finanziari. La seconda sono i canoni, che su un rapporto aperto solo per questo scopo vanno verificati prima e non dopo.

La terza è l’inflazione, che è anche la più grande. Una somma ferma perde potere d’acquisto ogni anno, e su orizzonti lunghi la perdita non è trascurabile. È il motivo per cui il fondo va dimensionato e non gonfiato: tenere liquidi dodici mesi di spese quando ne bastano quattro non è prudenza, è un costo che si paga in silenzio.

La conseguenza pratica è che il fondo ha un limite superiore oltre al limite inferiore. Superata la cifra che serve, il resto è un’altra decisione, con un altro orizzonte e altri criteri, e va trattata separatamente. Confondere le due cose porta a due errori simmetrici: un fondo troppo piccolo che non regge, oppure un patrimonio parcheggiato che non lavora.

Come costruirlo quando il margine è sottile

Chi ha un margine mensile ridotto non arriva a quattro mesi di spese in poco tempo, e questo è il motivo per cui molti non cominciano. La soluzione è dividere l’obiettivo in tappe verificabili, ciascuna con un valore proprio.

  1. Prima tappa: mille euro, o comunque l’importo di un imprevisto tipico, come una riparazione o una spesa medica non programmata.
  2. Seconda tappa: un mese di spese incomprimibili, che copre quasi tutti gli imprevisti domestici.
  3. Terza tappa: l’intervallo indicato per il proprio profilo, raggiunto senza scadenza fissa.
  4. Automatizza il versamento il giorno dell’accredito dello stipendio, non a fine mese con quello che resta.
  5. Destina le entrate straordinarie per una quota decisa in anticipo, prima che arrivino.
  6. Aggiorna la base di calcolo ogni volta che cambia una spesa fissa importante, in aumento o in diminuzione.

Le prime due tappe hanno un effetto che va oltre l’importo: interrompono il ricorso al credito per gli imprevisti piccoli, che è il canale attraverso cui una situazione ordinaria si trasforma in un debito costoso. È un meccanismo che le abitudini di risparmio descrivono meglio di qualsiasi calcolo.

Le regole d’uso: che cos’è un’emergenza

Un fondo senza una regola scritta viene usato per la prima spesa importante che si presenta, e il criterio si stabilisce a mente fredda, non davanti alla spesa. La definizione che funziona ha tre condizioni: la spesa è imprevista, è necessaria e non è rinviabile. Devono valere tutte e tre.

Un elettrodomestico che si rompe supera il test. Un viaggio in offerta non lo supera, per quanto conveniente. Le tasse e le assicurazioni non lo superano, perché sono prevedibili e vanno accantonate a parte con una quota mensile dedicata: è la differenza tra un fondo di emergenza e un fondo per le spese annuali, e tenerli separati evita che il primo venga svuotato da voci che non sono emergenze.

Vale la pena scrivere la regola su una riga e tenerla dove si tiene la password del rapporto. Sembra un eccesso di formalità e serve esattamente nel momento in cui la memoria diventa flessibile, cioè quando la spesa piace.

Come si ricostituisce dopo un prelievo

Calcolatrice accanto a monete in euro sparse su un tavolo con un foglio di appunti
ZICO / CC BY-SA 4.0

Un fondo usato ha funzionato: non è un fallimento, è lo scopo per cui esiste. Il passaggio critico è quello successivo, perché il ripristino non avviene da solo e chi non lo pianifica si ritrova scoperto al secondo imprevisto.

Il metodo è lo stesso della costruzione, con una differenza: il versamento di ripristino ha priorità su qualsiasi altro obiettivo di accumulo finché il fondo non torna al livello stabilito. Non si aggiungono somme altrove mentre il fondo è sotto soglia, perché in quella fase la probabilità di dover vendere qualcosa in un momento sbagliato è più alta del solito.

Conviene anche annotare che cosa è successo. Dopo due o tre eventi il registro mostra se si è trattato davvero di imprevisti o se una categoria si ripete, nel qual caso non era un’emergenza ma una spesa ricorrente non riconosciuta, e va spostata nel bilancio ordinario. Su dove tenere il denaro, la scelta dell’istituto può seguire anche criteri diversi dal solo rendimento, purché i tre requisiti di disponibilità restino soddisfatti. Materiali di educazione finanziaria di fonte pubblica, come quelli della Banca d’Italia e della Consob, aiutano a inquadrare le caratteristiche degli strumenti prima di parlare con un intermediario.

Domande frequenti

Il fondo va calcolato al netto o al lordo del reddito?

Nessuno dei due: si calcola sulle spese, non sulle entrate. È un errore frequente perché il reddito è un numero che si conosce a memoria, mentre la spesa incomprimibile va ricostruita. Ma il fondo serve a coprire uscite in assenza di entrate, quindi l’unico riferimento sensato è quanto esce ogni mese quando si taglia tutto il tagliabile.

Serve un fondo se si ha una carta di credito con un plafond ampio?

La carta sposta il problema di un mese e lo ingrandisce, perché il saldo va poi rimborsato in un periodo in cui l’entrata potrebbe ancora mancare. Nelle forme rateali il costo è sensibilmente più alto. Il credito disponibile è uno strumento di gestione della liquidità nel brevissimo termine, non un sostituto del fondo.

È meglio usare il fondo per estinguere un debito?

Dipende dal costo del debito e da quanto è probabile doverne aprire un altro subito dopo. Estinguere un debito molto costoso può convenire, ma restare senza riserva significa che il primo imprevisto riporta all’indebitamento, spesso a condizioni peggiori. La strada praticabile è quasi sempre intermedia: si mantiene una prima tappa di riserva e si destina il resto del margine al debito più caro.

Dove si tiene il fondo se si vive in coppia?

Su un rapporto accessibile a entrambi, altrimenti l’emergenza di uno diventa una pratica burocratica. Chi tiene le finanze separate può mantenere due fondi distinti, ciascuno dimensionato sulla quota di spese incomprimibili che copre, con l’accortezza di verificare che la somma dei due basti per gli scenari che riguardano la casa in comune.

Quando si può smettere di alimentarlo?

Quando raggiunge l’importo stabilito, che va rivisto solo se cambiano le spese fisse o la stabilità del reddito. Da quel momento il margine mensile si destina ad altro. Continuare ad accumulare liquidità oltre il necessario non aumenta la sicurezza, aggiunge soltanto una perdita di potere d’acquisto che cresce silenziosamente ogni anno.

Il risultato di questo lavoro sta in due righe scritte da qualche parte: una cifra e un rapporto su cui si trova. Chi le ha smette di rimandare la domanda a ogni imprevisto, e questo vale più della differenza di rendimento tra due contenitori.