Il numero circola come se fosse una costante fisica: si preleva il quattro per cento del capitale il primo anno, poi si aggiorna quell’importo con l’inflazione e il portafoglio dovrebbe reggere. Chi lo usa per stabilire quanto capitale gli serve moltiplica per venticinque la spesa annuale e ottiene il proprio obiettivo.
Il calcolo funziona, nel senso che l’aritmetica è corretta. Il problema sta a monte: quel quattro per cento è il risultato di un’analisi condotta su serie storiche del mercato statunitense, con un orizzonte di trent’anni, senza imposte e senza costi di gestione. Nessuna di queste condizioni descrive la situazione di chi esce dal lavoro in Italia a cinquant’anni.
Le correzioni da fare vanno tutte nella stessa direzione, verso un prelievo più prudente. Quello che segue le mette in fila e arriva a un metodo per ricavare un tasso proprio invece di importarne uno.
Le tre correzioni, in ordine di peso
- Orizzonte: trent’anni contro i quaranta o cinquanta di un’uscita anticipata.
- Imposte: il prelievo lordo non è quello che arriva sul conto.
- Costi: commissioni e bolli si pagano ogni anno, indipendentemente dal risultato.
- Da non fare: correggere a occhio. Ogni scarto va scritto e sommato.
Da dove viene la regola del 4 per cento
Nel 1994 un consulente finanziario statunitense pubblicò un’analisi sulle serie storiche dei mercati americani a partire dagli anni Venti, chiedendosi quale percentuale iniziale un pensionato avrebbe potuto prelevare senza esaurire il capitale in trent’anni, anche partendo negli anni peggiori della serie. La risposta si collocava intorno al quattro per cento.
Quattro anni dopo tre docenti della Trinity University ripresero l’impostazione con portafogli e orizzonti diversi, producendo tabelle di probabilità di sopravvivenza del capitale. Da quel lavoro nasce il modo in cui la regola viene citata oggi, spesso senza le condizioni che la accompagnavano.
Va detta una cosa sull’origine: non era una raccomandazione di prelievo, era la risposta a una domanda storica su una serie di dati specifica. Il passaggio da «nel peggiore trentennio americano registrato un prelievo del quattro per cento è sopravvissuto» a «preleva il quattro per cento» è avvenuto fuori dagli studi, ed è lì che si è perso tutto il contesto.
Che cosa dice esattamente, e che cosa non ha mai detto
La regola dice che il primo prelievo è una percentuale del capitale iniziale e che i prelievi successivi sono quello stesso importo rivalutato per l’inflazione. Non è una percentuale ricalcolata ogni anno sul valore corrente: se il portafoglio scende del trenta per cento, l’importo prelevato resta quello, e la percentuale effettiva su quel capitale sale.
Questa distinzione è la fonte di metà dei fraintendimenti. Un prelievo ricalcolato ogni anno sul valore corrente non esaurisce mai il capitale in senso matematico, ma produce un reddito che oscilla con il mercato. Un prelievo fisso in termini reali produce un reddito stabile e un rischio di esaurimento concreto. Sono due strategie diverse con due profili di rischio opposti.
La regola non ha mai detto che il quattro per cento sia sicuro in assoluto, né che valga per orizzonti diversi da trenta anni, né che valga per mercati diversi da quello su cui è stata calcolata. Ha detto che, su quei dati e con quelle assunzioni, non è mai fallita. È un’affermazione storica, non una garanzia.
Le cinque ipotesi implicite che qui non reggono
La prima è il mercato di riferimento. Le serie usate sono azioni e obbligazioni statunitensi di un secolo in cui quel mercato ha avuto un andamento particolarmente favorevole rispetto ad altri. Applicare lo stesso risultato a un portafoglio costruito altrove significa assumere che quella particolarità si ripeta.
La seconda è l’assenza di imposte, coerente con il fatto che negli Stati Uniti molti risparmi previdenziali sono detenuti in conti con regimi fiscali specifici. La terza è l’assenza di costi: gli studi lavorano su indici, non su prodotti, e un prodotto ha una commissione annua.
La quarta è la durata di trent’anni, ragionevole per chi smette a sessantacinque e priva di senso per chi smette a cinquanta. La quinta è il comportamento di chi preleva, che negli studi è meccanico: preleva la stessa cifra reale ogni anno, senza reagire a niente. Nella realtà nessuno si comporta così, e questo può essere un vantaggio o un problema a seconda di come si reagisce. Chi ha già letto il quadro generale di un piano di uscita anticipata riconoscerà quanto di quel quadro poggi su questa singola regola.
Il primo scarto: le imposte sui rendimenti
In Italia i redditi di natura finanziaria sono in genere assoggettati a un’aliquota del ventisei per cento, ridotta al dodici e mezzo per cento per i titoli di Stato italiani e per quelli emessi da Paesi inclusi nell’elenco previsto. Un portafoglio misto sconta quindi un’aliquota media che dipende dalla sua composizione.
C’è però un dettaglio che riduce l’impatto rispetto alla prima impressione: quando si vende una quota per finanziare un anno di spese, l’imposta colpisce solo la parte di plusvalenza, non l’intero importo venduto. Se il capitale si è rivalutato del cinquanta per cento rispetto al prezzo di carico, in ogni vendita circa un terzo dell’incasso è guadagno tassato e il resto è restituzione di capitale già tassato all’origine.
L’aliquota effettiva sul prelievo è quindi più bassa di quella nominale e cresce con gli anni, man mano che la quota di plusvalenza aumenta. Con una complicazione: per alcuni strumenti le perdite accumulate non abbattono l’imposta sui guadagni successivi, e il carico effettivo diventa meno prevedibile.
Il secondo scarto: i costi che si pagano ogni anno
Le commissioni di gestione dei prodotti si sottraggono al rendimento prima che questo arrivi a chi investe, e non dipendono dall’andamento: si pagano anche negli anni in cui il portafoglio perde. Su un orizzonte lungo la differenza tra un prodotto economico e uno caro non si somma, si compone, e diventa una voce dello stesso ordine di grandezza dello scarto sul tasso di prelievo.
Ci sono poi i costi del contenitore: il canone del deposito titoli, quando previsto, le commissioni di negoziazione e l’imposta di bollo annua sui prodotti finanziari, che si calcola in proporzione al valore e si paga indipendentemente dal risultato. È un prelievo che agisce esattamente come una commissione aggiuntiva.
La somma di queste voci va sottratta dal tasso lordo prima di ogni ragionamento. È un’operazione banale che quasi nessuno esegue, e che da sola sposta il risultato più della scelta tra due composizioni di portafoglio simili. La Banca d’Italia pubblica materiali di educazione finanziaria che spiegano come leggere i documenti informativi dove queste voci sono indicate.
Il terzo scarto: un orizzonte che non è di trent’anni
Questa è la correzione che pesa di più e anche la più ignorata. Trent’anni non sono cinquanta, e la differenza non è proporzionale: allungando l’orizzonte cresce la probabilità di incontrare almeno un periodo prolungato di rendimenti reali negativi, e cresce il numero di anni in cui il capitale deve sopportare i prelievi dopo quel periodo.
Le analisi che hanno esteso l’orizzonte oltre i trent’anni trovano un tasso sostenibile più basso, ma la curva non è lineare: si appiattisce, perché oltre una certa durata il portafoglio o si è già esaurito o ha superato la fase critica. Il salto più netto è tra i trenta e i quaranta anni, cioè nell’intervallo che riguarda un’uscita anticipata.
C’è poi una specificità di questo Paese che gioca in senso opposto e va contata: a un certo punto arriva la pensione pubblica, che riduce il fabbisogno coperto dal portafoglio. Il piano va quindi diviso in due tratti, con due tassi diversi, invece di applicare un tasso unico per tutta la vita residua.
Dal tasso lordo al prelievo netto: le voci che si sommano
La tabella elenca le correzioni una per una, con il verso in cui agiscono e dove si recupera il dato. I valori numerici non ci sono di proposito: dipendono dal portafoglio di ciascuno e vanno calcolati sul proprio caso.
| Voce | Verso | Dove si trova il dato |
|---|---|---|
| Imposta sulle plusvalenze realizzate | Riduce il netto | Prezzo di carico e valore corrente delle posizioni |
| Imposta di bollo sui prodotti finanziari | Riduce il capitale ogni anno | Rendiconto periodico dell’intermediario |
| Commissioni di gestione dei prodotti | Riducono il rendimento lordo | Documento informativo del prodotto |
| Costi di negoziazione e canoni | Riducono il netto | Foglio informativo del deposito titoli |
| Orizzonte oltre i trent’anni | Abbassa il tasso sostenibile | Età di uscita e speranza di vita |
| Pensione pubblica futura | Alza il tasso sostenibile nel secondo tratto | Estratto conto contributivo e simulazione |
| Inflazione specifica delle proprie spese | Dipende dal paniere | Bilancio familiare degli ultimi anni |
Le ultime due righe si compensano solo in apparenza. La pensione pubblica arriva tardi e va stimata con prudenza, mentre l’inflazione delle spese effettive di una famiglia può discostarsi da quella dell’indice generale, che l’Istat calcola su un paniere medio e non sul proprio.
Tre scenari di durata, e che cosa cambia

La stessa correzione produce effetti molto diversi a seconda di quanti anni il portafoglio deve coprire da solo. Vale la pena ragionare su tre casi, che coprono quasi tutte le situazioni reali.
- Venti anni scoperti, tipico di chi esce intorno ai cinquantacinque: la correzione principale è fiscale, l’orizzonte incide poco e il secondo tratto con la pensione pubblica arriva presto.
- Trentacinque anni scoperti, tipico di chi esce intorno ai quarantacinque: qui pesa l’orizzonte, e il tratto con la sola rendita da portafoglio è più lungo di quello su cui la regola originale è stata calcolata.
- Uscita senza secondo tratto, cioè con carriera contributiva troppo breve per una prestazione significativa: il portafoglio copre tutto e il tasso va abbassato in modo sostanziale.
Nel primo caso partire dal quattro per cento e correggere è ragionevole. Nel terzo la regola nella sua forma originale non è un punto di partenza utile, perché è stata costruita su un problema diverso: la differenza non è di grado, è di natura.
Come ricavare un tasso di prelievo proprio
Il percorso sta in sette passaggi e produce un numero difendibile, non un numero preso da un libro.
- Calcola la spesa annuale reale degli ultimi due anni, non quella prevista, e distingui la parte incomprimibile.
- Stabilisci i due tratti: anni coperti dal solo portafoglio e anni in cui si aggiunge la pensione pubblica stimata con prudenza.
- Somma i costi annui del portafoglio: commissioni dei prodotti, canoni, imposta di bollo.
- Stima l’aliquota effettiva sul prelievo partendo dal rapporto tra plusvalenza latente e valore complessivo.
- Parti da un tasso di riferimento e sottrai costi e carico fiscale, poi abbassa ulteriormente in funzione della durata del primo tratto.
- Verifica la sostenibilità del risultato: se il prelievo netto non copre la spesa incomprimibile, il problema è il capitale o la spesa, non il tasso.
- Scrivi le assunzioni accanto al numero e rivedile una volta l’anno con il patrimonio effettivo.
Il sesto passaggio è quello che quasi tutti saltano ed è l’unico che produce una decisione. Un tasso più basso non risolve un capitale insufficiente: sposta il momento in cui il problema diventa visibile. Nulla di quanto scritto qui è una raccomandazione di prelievo o di investimento: sono parametri di calcolo, e l’applicazione a un caso concreto va verificata, se necessario con un professionista abilitato.
Le regole flessibili: prelievo variabile invece che fisso
L’alternativa al prelievo fisso in termini reali è un prelievo che reagisce all’andamento del portafoglio. Le formule proposte nella letteratura seguono due logiche. La prima fissa una banda: si mantiene l’importo se il valore resta dentro un intervallo, si riduce quando scende sotto una soglia e si aumenta quando la supera in modo consistente.
La seconda ricalcola ogni anno una percentuale sul valore corrente, con un eventuale limite alla variazione annua per non rendere il reddito troppo instabile. In entrambi i casi il capitale dura di più, perché nei periodi negativi si preleva meno.
Il criterio di scelta non è statistico ma personale: dipende da quanta parte delle spese è comprimibile. Chi ha spese fisse elevate non può ridurre il prelievo del quindici per cento in un anno negativo, e per lui la flessibilità è teorica. Chi ha un margine ampio può usarla, ed è la correzione più efficace che esista, più di qualsiasi affinamento del tasso iniziale.
Che cosa fare se i primi anni vanno male

I primi cinque anni dopo l’uscita hanno un peso sproporzionato, perché un calo del mercato mentre si preleva riduce il capitale su cui il recupero successivo dovrà lavorare. È un rischio che nessun tasso di prelievo elimina, e che si gestisce con la struttura del portafoglio più che con la percentuale.
Le difese praticabili sono tre e vanno predisposte prima, non quando servono. Una riserva in strumenti a bassa oscillazione, dimensionata su un certo numero di anni di spese, che eviti di dover vendere le posizioni scese. Un reddito parziale da lavoro nei primi anni. Una regola scritta in anticipo su quanto ridurre il prelievo e a quali condizioni.
La regola scritta è la più sottovalutata delle tre. Decidere durante una fase negativa produce quasi sempre la scelta peggiore, mentre una soglia fissata in precedenza trasforma una decisione emotiva in un’esecuzione. È lo stesso principio che regge qualsiasi pianificazione di lungo periodo: la qualità del piano si misura da come regge quando le cose non vanno come previsto.
Domande frequenti
Il quattro per cento è troppo alto per l’Italia?
Non è una questione di Paese, è una questione di condizioni. Il valore nasce su un orizzonte di trent’anni, al lordo di imposte e costi, su un mercato specifico. Chi esce a cinquant’anni, paga imposte sui rendimenti realizzati e sostiene commissioni annue si trova in una situazione diversa da quella modellata, e la correzione va nella direzione di un tasso più basso. Di quanto più basso dipende dai numeri del singolo caso.
Moltiplicare la spesa annuale per venticinque ha senso come obiettivo?
È l’inverso aritmetico del quattro per cento e ne eredita tutti i limiti. Come ordine di grandezza iniziale serve a capire se si sta parlando di un progetto realistico o meno. Come numero obiettivo su cui costruire un piano no, perché ignora imposte, costi, durata e l’eventuale prestazione pubblica futura, che nel secondo tratto riduce il fabbisogno.
Meglio un prelievo fisso o variabile?
Dipende da quanta parte delle spese si può comprimere. Il prelievo fisso dà un reddito prevedibile e trasferisce tutto il rischio sul capitale; quello variabile protegge il capitale e trasferisce il rischio sul tenore di vita. Chi ha spese fisse elevate ha meno margine per la seconda strada, e in quel caso la protezione va cercata nella struttura del portafoglio.
La pensione pubblica va inclusa nel calcolo?
Sì, ma nel tratto giusto e con prudenza. Va stimata sull’estratto conto contributivo e con i simulatori disponibili, considerando che i requisiti di accesso e i meccanismi di rivalutazione possono cambiare. Usarla al valore pieno rende il piano fragile; ignorarla del tutto porta a sovrastimare il capitale necessario, a volte in misura importante.
Ogni quanto va ricalcolato il tasso?
Una volta l’anno, sullo stesso mese, con il patrimonio effettivo e la spesa dell’anno appena chiuso. Il controllo serve a verificare tre cose: se la spesa reale si discosta da quella pianificata, se il rapporto tra prelievo e capitale è cambiato in modo significativo, e se le assunzioni scritte l’anno prima sono ancora valide. Chi lo fa più spesso tende a reagire al rumore di mercato.
Il valore di questo esercizio non sta nel decimale finale. Sta nel passare da un numero ereditato da un contesto diverso a un numero costruito sui propri costi, sul proprio orizzonte e sulla propria spesa, con le assunzioni scritte accanto, così che l’anno prossimo si possa vedere quale di esse era sbagliata.
